ISSN 2784-9635

Investire i profitti della truffa per acquistare criptovalute integra il reato di autoriciclaggio

Federica Colazzo - 18/07/2022

A proposito della Cass. Pen., Sez. II, 13 luglio 2022, n. 27023

Il 13 luglio 2022, la Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione affermava che la condotta dell’autore del delitto presupposto di truffa, il quale impieghi le somme accreditategli dalla vittima, trasferendole online su un conto intestato alla piattaforma di scambio di bitcoin, per il successivo acquisto di tale valuta virtuale, integra il reato di autoriciclaggio di cui all’art. 648-ter1 c.p.

Invero, questa modalità consente di realizzare un investimento di profitti illeciti in operazioni finanziarie a fini speculativi, idonee ad ostacolare la tracciabilità dell’origine delittuosa del denaro per gli organi inquirenti: «La moneta virtuale (…) non può essere esclusa dall’ambito degli strumenti finnziari e speculativi ai fini di una corretta lettura dell’art. 648-ter1 c.p.».

In particolare, i Giudici di legittimità precisavano che il reato de quo ha natura istantanea e, pertanto, si consuma nel momento in cui vengono realizzate le condotte di impiego, sostituzione o trasformazione dei beni che costituiscono l’oggetto materiale del delitto presupposto (cfr. Cass. Pen., Sez. II, 4 luglio 2019, n. 38838, depositata il 20 settembre 2019).

Ciò che rileva, anche ai fini della definizione della competenza territoriale, è il luogo di impiego del denaro, ossia il conto corrente su cui le somme sono confluite dalle persone offese, vittime dei raggiri, al mercato estero: nel caso di specie, il ricorrente ha provveduto a curare, immediatamente, il trasferimento di somme non appena accreditate – senza mai riscuoterle – attraverso disposizioni online in favore di altro conto tedesco intestato alla piattaforma di scambio di criptovalute.

Di seguito, è possibile consultare la sentenza > Cass. Pen., Sez. II, 13 luglio 2022, n. 27023