ISSN 2784-9635

Affiliazione rituale ad un’associazione a delinquere di stampo mafioso e condotta di partecipazione: la sentenza delle Sezioni unite.

Elena Shiva Tarighinejad - 21/10/2021

Cass., Sez. un., sent. 27 maggio 2021 (dep. 11 ottobre 2021), n. 36958, Pres. Cassano, Rel. Pellegrino

La sentenza in epigrafe trae origine dall’ordinanza con cui la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione rimetteva alle Sezioni unite il seguente quesito: «se la mera affiliazione ad una associazione a delinquere di stampo mafioso cd. storica, nella specie ‘Ndrangheta’, effettuata secondo il rituale previsto dalla associazione stessa, costituisca fatto idoneo a fondare un giudizio di responsabilità in ordine alla condotta di partecipazione, tenuto conto della formulazione dell’art. 416-bis c.p. e della struttura del reato dalla norma previsto».

 

In particolare, si riteneva necessario un intervento chiarificatore delle Sezioni unite per stabilire se l’affiliazione di un soggetto a un’organizzazione mafiosa, potesse risultare ex se idonea a fondare un giudizio di responsabilità nei confronti dell’associato, soprattutto con riferimento all’operatività delle “mafie storiche” nelle quali il recesso (al di fuori dei casi collaborazione con la giustizia) è molto difficile, se non praticamente impossibile.

 

La questione si connette alla formulazione dell’art. 416-bis, comma 1, c.p.; tale disposizione, invero, prevedendo la punizione di «chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone» non fornisce alcuna specifica indicazione in ordine alle modalità di concretizzazione di tale partecipazione.

 

Ciò posto, l’ordinanza di rimessione evidenzia il contrasto giurisprudenziale formatosi in materia.

 

Invero, secondo un primo orientamento, l’affiliazione rappresenterebbe un fatto idoneo a fondare un giudizio di responsabilità, tenuto conto che «il reato di partecipazione ad associazione di tipo mafioso si consuma nel momento in cui il soggetto entra a far parte dell’organizzazione criminale, senza che sia necessario il compimento, da parte dello stesso, di specifici atti esecutivi della condotta illecita programmata poiché, trattandosi di reato di pericolo presunto, per integrare l’offesa all’ordine pubblico è sufficiente la dichiarata adesione al sodalizio, con la c.d. «messa a disposizione», che è di per sé idonea ad accrescere le potenzialità operative e la capacità di intimidazione e di infiltrazione del sodalizio nel tessuto sociale»[1].

 

Sulla stessa scia si afferma che «ai fini dell’integrazione della condotta di partecipazione ad associazione di tipo mafioso, non è necessario che il membro del sodalizio si renda protagonista di specifici atti esecutivi del programma criminoso ovvero di altre condotte idonee a rafforzarne la struttura operativa, essendo sufficiente che lo stesso assuma o gli venga riconosciuto il ruolo di componente del gruppo criminale»[2].

 

Per contro, secondo un diverso orientamento, occorrerebbe la prova del compimento di specifici e ulteriori atti esecutivi della condotta criminosa programmata, giacché la sola affiliazione non sarebbe di per sé sufficiente a fondare un giudizio di responsabilità nei confronti dell’imputato. Pertanto «ai fini dell’integrazione della condotta di partecipazione ad un’associazione di tipo mafioso, l’investitura formale o la commissione di reati-fine funzionali agli interessi dalla stessa perseguiti non sono essenziali, in quanto rileva la stabile ed organica compenetrazione del soggetto rispetto al tessuto organizzativo del sodalizio, da valutarsi alla stregua di una lettura non atomistica, ma unitaria, degli elementi rivelatori di un suo ruolo dinamico all’interno dello stesso»[3].

 

Inoltre, in relazione allo specifico contesto ‘ndranghetista è stato affermato che, ai fini dell’integrazione della condotta de qua «l’affiliazione rituale può non essere sufficiente laddove alla stessa non si correlino ulteriori concreti indicatori fattuali rivelatori dello stabile inserimento del soggetto nel sodalizio con un ruolo attivo»[4].

 

Ciò premesso, le Sezioni unite ritengono imprescindibile riprendere la conclusione raggiunta all’interno della sentenza “Mannino” del 2005, secondo cui il “partecipe” è colui che «risultando inserito stabilmente e organicamente nella struttura organizzativa dell’associazione mafiosa, non solo “è” ma “fa parte” della (meglio ancora: “prende parte” alla) stessa: locuzione questa da intendersi non in senso statico, come mera acquisizione di uno status, bensì in senso dinamico e funzionalistico, con riferimento all’effettivo ruolo in cui si è immessi e ai compiti che si è vincolati a svolgere perché l’associazione raggiunga i suoi scopi, restando a disposizione per  le attività organizzate dalla medesima»[5].

 

Pertanto, la partecipazione non può esaurirsi in una manifestazione di volontà unilaterale o in un’affermazione di status, essendo necessaria «un’attivazione fattiva a favore della consorteria che attribuisca dinamicità, concretezza e riconoscibilità alla condotta che si sostanzia nel “prendere parte”».

 

Invero, la locuzione “fa parte” non può essere interpretata in maniera tale da ricomprendere condotte del tutto svincolate dalla verifica di un contributo effettivo, concreto e visibile, reso dal partecipe (anche in forme atipiche) alla vita della compagine criminosa.

 

Di conseguenza, nell’ambito della valutazione in ordine all’appartenenza al sodalizio, assume un ruolo determinante la possibilità di attribuire al soggetto la realizzazione di un qualsivoglia apporto alla vita dell’associazione. Deve trattarsi, in particolare, di un contributo che, seppur minimo, risulti concreto, riconoscibile e «tale da far ritenere avvenuto il dato dell’inserimento attivo con carattere di stabilità e consapevolezza oggettiva».

 

In questa maniera, si attribuisce alla dimensione probatoria una posizione di assoluto rilievo poiché «è solo sulla scorta delle evidenze disponibili che sarà possibile valutare se, per le caratteristiche assunte dal caso concreto, la compenetrazione nel tessuto criminale abbia generato o meno un’effettiva “messa a disposizione”».

 

Se lo stabile inserimento di un soggetto all’interno della consorteria è il presupposto che lo lega alla stessa, «è innegabile come questo vincolo possa realizzarsi o in modo formale, attraverso i classici rituali di adesione e con la comprovata “messa a disposizione” ovvero, in concreto, con il compimento di azioni, preventivamente assegnate, teleologicamente orientate alla realizzazione degli scopi associativi».

 

Tuttavia, se il compimento di attività causalmente orientate a favore del sodalizio non necessita -alla luce della pacifica autoevidenza delle stesse- di ulteriori indici probatori, non altrettanto può dirsi con riferimento all’adesione al sodalizio mediante forme rituali. In tal caso, infatti, è necessaria la ricerca di elementi aggiuntivi comprovanti una stabile ed effettiva intraneità, tali da rendere certa e potenzialmente duratura la “messa a disposizione” del soggetto.

 

Con riferimento al tema dell’affiliazione rituale all’associazione mafiosa, le Sezioni unite ritengono che il giuramento di mafia è certamente destinato ad assumere un rilievo intriso di significati probatori in virtù del valore drammaticamente vincolante che promana da tale gesto simbolico.

 

Ciò nonostante, l’iniziale giuramento potrebbe non essere seguito dall’effettiva assunzione del ruolo che è stato assegnato all’affiliante o che da costui è stato promesso. Potrebbe quindi mancare non solo una concreta attivazione del soggetto a favore del gruppo, ma anche la “messa a disposizione” a favore della stessa compagine criminosa.

 

L’incriminazione del fatto iniziale, in assenza di ulteriori indici rilevatori di una stabile adesione, comporterebbe la punibilità di una semplice potenzialità operativa del soggetto, in contrasto con la logica di effettività e proporzione che deve regolare il rapporto tra reato e sanzione.

 

Pertanto, «la disponibilità conclamata resa con il prestato giuramento di mafia, che può rendere ipotizzabile il contributo partecipativo del soggetto, può essere probatoriamente contraddetta in presenza di condotte del soggetto dettate da scelte volontarie (disobbedienza, allontanamento fisico, disinteresse) o da oggettive circostanze di segno contrario o fortemente equivoche, tali da contrastare con l’impegno preso di messa a disposizione e far escludere a priori o far ritenere venuta meno la volontà dello stesso di contribuire alla vita dell’associazione».

 

Nel prosieguo della sentenza si sottolinea come la condotta di partecipazione possa dirsi provata allorquando la “messa a disposizione” acquisisca i caratteri di serietà e continuità, mediante comportamenti di fatto -sia precedenti che successivi al rituale de quo– che siano in grado di dimostrare concretamente la volontaria e libera adesione a quella scelta consapevole e, altresì, di rivelare «una reciproca vocazione di “irrevocabilità” (intesa nel senso di una stabile e duratura relazione potenzialmente permanente), testimoniandosi in fatto e non solo nelle intenzioni il rapporto organico tra singolo e struttura».

 

In tal modo, la “messa a disposizione” non costituisce soltanto l’effetto dell’ammissione al gruppo, ma indica anche un comportamento oggettivo e attuale che concretizza e rende riconoscibile il profilo dinamico della partecipazione.

 

Ancora, le stesse ricadute del principio di proporzionalità tra reato e sanzione, portando a ritenere come doverosa una connotazione in senso dinamico della condotta di partecipazione, precludono scorciatoie interpretative connesse «alla avvenuta dimostrazione del mero accordo di ingresso ovvero alla presenza di condizioni soggettive cui non si accompagni, in virtù della valenza dei dati di contesto quali interpretabili alla luce delle massime di esperienza, un concreto connotato di effettiva agevolazione».

 

Il comportamento che assurge di volta in volta a “indice rivelatore” del fatto punibile deve essere apprezzato nella sua concreta e oggettiva realtà e deve tendere ad agevolare il perseguimento degli scopi del sodalizio in maniera riconoscibile e non meramente teorica, di modo che siffatta condotta possa essere univocamente riconosciuta e interpretata come indicativa di un inserimento stabile del soggetto all’interno del gruppo.

 

Peraltro, come sottolineano le Sezioni unite, quando il legislatore ha inteso incriminare il mero reclutamento, lo ha fatto attraverso l’inserimento di previsione incriminatrice ad hoc (basti pensare alla previsione introdotta dal d.l. n. 7 del 18 febbraio 2015, con ulteriore novellazione dell’art. 270-quater c.p.). Ciò conferma che tale segmento del fatto non può essere ricondotto nella nozione tipica di partecipazione, se non è accompagnato da successive condotte di attivazione.

 

In definitiva, si ritiene che «nel compiere questa indagine ricostruttiva finalizzata a superare il dato, potenzialmente equivoco, della semplice adesione statica collocata in un determinato momento temporale ed avulsa da ogni ulteriore elemento storico-fattuale che dimostri la concreta attivazione del singolo a favore del sodalizio, il giudice, prescindendo da un’acritica adesione formale ad un certo modello ricostruttivo astratto, dovrà essere riguardo alla realtà criminale […] ed al materiale probatorio acquisito ed utilizzabile: in tal modo, conseguirà quegli elementi di prova comprovanti l’appartenenza sostanziale e la conseguente permanenza di condotta che il reato richiede per la sua configurabilità».

 

Alla luce di tali considerazioni, le Sezioni Unite Penali hanno enunciato i seguenti principi di diritto:

 

– la condotta di partecipazione ad associazione di tipo mafioso si sostanzia nello stabile inserimento dell’agente nella struttura organizzativa dell’associazione che deve dimostrarsi idoneo, per le caratteristiche assunte nel caso concreto, a dare luogo alla “messa a disposizione” del sodalizio stesso, per il perseguimento dei comuni fini criminosi;

 

– nel rispetto del principio di materialità ed offensività della condotta, l’affiliazione rituale può costituire indizio grave della condotta di partecipazione al sodalizio, ove risulti  -sulla base di consolidate e comprovate massime di esperienza- alla luce di elementi di contesto che ne comprovino la serietà ed effettività, l’espressione non di una mera manifestazione di volontà, bensì di un patto reciprocamente vincolante e produttivo di un’offerta di contribuzione permanente tra affiliato ed associazione.

 

 

[1] Cass. Pen., Sez. V, 3 giugno 2019, n. 27672, Geraci, in C.E.D. Cass. n. 276897-01.

[2] Cass. Pen., Sez. II, 13 marzo 2019, n. 18559, Zindato, in C.E.D. Cass. n. 276122-01.

[3] Cass. Pen., Sez. V, 17 ottobre 2016, n. 4864, Di Marco, in C.E.D. Cass. n. 269207-01.

[4] Cass. Pen., Sez. I, 17 giugno 2016, n. 55359, Pesce, in C.E.D. Cass. n. 269040-01.

[5] Cass., Sez. un., 12 luglio 2005, n. 33748, Mannino, in C.E.D. Cass. n. 231670-01.