ISSN 2784-9635

Anche un reato contro la fede pubblica può costituire delitto presupposto dell’autoriciclaggio

Gloria Lazzaro - 01/04/2021

Cass. Pen., sez. II, n. 7176/2021

La Seconda sezione della Suprema Corte ha statuito che anche un reato contro la fede pubblica come la falsità ideologica, commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, può costituire delitto presupposto dell’autoriciclaggio nel caso in cui sia fonte diretta dell’utilità economica oggetto dell’operazione di dissimulazione.

In fatto, il Pubblico ministero presso il Tribunale di Marsala ricorreva per cassazione per l’annullamento dell’ordinanza del Tribunale del riesame di Palermo, avendo quest’ultimo respinto l’appello avverso il provvedimento del GIP del Tribunale di Marsala con cui era stata rigettata la richiesta di applicazione di misure cautelari personali nei confronti dell’imputato, in ordine ai delitti di cui all’art. 648-ter, comma 1, e 110 cod. pen., 12 quinquies l.n. 356/1992.

Con il primo motivo è stata dedotta la violazione delle norme sostanziali relative alle fattispecie delittuose contestate, degli artt. 5 e 25 octies del D.lgs. n. 231/2001 e delle norme processuali in merito all’obbligo di motivazione dell’ordinanza, nonché la manifesta illogicità del provvedimento conseguente al travisamento della prova. In particolare, la pubblica accusa lamentava la mancata indicazione, nel provvedimento di rigetto del GIP, delle ragioni che avevano condotto lo stesso giudice delle indagini preliminari ad escludere che i reati di falso contestati all’imputato non costituivano il delitto presupposto delle operazioni di riciclaggio ed autoriciclaggio contestate.

Il GIP, nell’escludere la natura di delitto presupposto delle operazioni di riciclaggio e autoriciclaggio contestate, aveva fatto riferimento ad utilità economiche derivanti dal reato presupposto individuato nella corruzione, ipotesi di reato esclusa in ragione dell’effettività delle prestazioni indebitamente ottenute dal ricorrente quale amministratore giudiziario ma concretamente svolte.

Il Tribunale del riesame, aveva escluso che le somme ottenute dall’imputato in forza di decreti di liquidazione alla cui falsità aveva concorso potessero costituire provento del delitto presupposto di autoriciclaggio stante l’assenza dell’elemento soggettivo in capo al ricorrente.

Con il secondo motivo il Pm ha dedotto la violazione dell’art. 12-quinquies  l.n. 356/1992, quale reato di intestazione fittizia, nonché il vizio di motivazione anche sotto il profilo del travisamento della prova, in merito al mancato rilievo assegnato al trasferimento di considerevoli somme di denaro dal conto corrente cointestato al ricorrente e al coniuge in favore di quello intestato solo al coniuge.

Con il terzo motivo il Pm ha lamentato la violazione di legge e il vizio di motivazione in punto di esigenze cautelari, con particolare riguardo al fatto che le stesse erano state escluse per il clamore mediatico suscitato dalla vicenda e che essendo stati sollevati tutti i soggetti coinvolti non ricorreva il pericolo di reiterazione relativamente alle condotte commesse.

In diritto, il ricorso è stato ritenuto fondato.

Particolarmente degno di nota risulta la ratio a supporto della fondatezza del primo motivo di ricorso: la Seconda Sezione, infatti, ha individuato possibile l’applicazione del falso ideologico, commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, quale delitto presupposto dell’autoriciclaggio nel caso in cui sia possibile ricondurre il denaro oggetto dell’operazione dissimulatoria ai delitti di falso.

Infatti, nel caso in esame, la falsità inerisce a provvedimenti che, essendo decreti di pagamento, costituiscono la diretta fonte dell’utilità economica percepita dall’amministratore giudiziario poi impiegata, secondo la pubblica accusa, nelle operazioni di autoriciclaggio.

Viene altresì specificato che il fatto che tale importo costituisca un corrispettivo per una prestazione effettivamente svolta, nonostante trovi la sua genesi in un evento corruttivo, non esclude la gravità indiziaria dell’intero quadro delittuoso, essendo avvenuta la percezione della somma attraverso la commissione di un altro delitto, quale appunto l’autoriciclaggio.

Approfondimenti: Cass pen 7176-2021