ISSN 2784-9635

Autoriciclaggio e trasferimento di valuta a società estere per l’acquisto di criptovalute

Elena Shiva Tarighinejad - 14/02/2022

Con la sentenza n. 2868 depositata lo scorso 25 gennaio, la Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione ha affermato il principio per cui integrano il reato di autoriciclaggio quelle operazioni che, attraverso il trasferimento di valuta verso società estere che si interpongono nell’acquisto di criptovalute ed effettuate anche a mezzo di prestanome, pongono un serio ostacolo all’identificazione del beneficiario finale delle transazioni ed effettivo titolare di bitcoin acquistati non da lui ma dalle società estere che fungono da “exchanger di criptovalute”.

Nel caso di specie, veniva disposto nei confronti del ricorrente il sequestro preventivo, anche per equivalente (e confermato per effetto della sentenza in esame), del profitto dei reati di autoriciclaggio, avendo l’indagato commesso i reati presupposto di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, i cui profitti venivano poi trasferiti a società estere adibite alla compravendita di criptovalute (in particolare bitcoin).

Tali trasferimenti avvenivano tramite bonifici in euro effettuati attraverso carte Postepay intestate per lo più a soggetti prestanome, ma anche all’indagato stesso.

Come si legge all’interno della sentenza, il ricorrente contesta la circostanza che le transazioni operate attraverso la criptovaluta bitcoin possano ritenersi anonime, giacché ogni movimentazione avvenuta in criptovaluta e registrata in una sorta di “libro contabile digitale” (distributed ledger) sarebbe di dominio pubblico, accessibile costantemente da chiunque e sarebbe sempre possibile risalire agli “accounts” delle parti dell’operazione trascritta in virtù della nuova tecnologia blockchain.

Tuttavia, con riguardo alle modalità delle operazioni contestate al ricorrente, la Corte osserva che non si trattava di acquisto diretto di bitcoin da parte dell’indagato, ma di trasferimento, tramite bonifici in euro, di somme di denaro a società estere incaricate successivamente di cambiare la valuta ricevuta (euro) in bitcoin.

Pertanto l’indagato non agiva in proprio nell’acquisto di tale valuta virtuale, con ciò intendendosi ai sensi dell’art 1, comma 2, lett. qq), d.lgs. n. 231/2007, «la rappresentazione digitale di valore, non emessa né garantita da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente»

Peraltro, come anticipato, le transazioni avvenivano, in molti casi, tramite prestanome intestatari fittizi delle carte Postepay utilizzate per effettuare i bonifici verso le società estere.

Di conseguenza, secondo il giudice di legittimità, le operazioni poste in essere (anche tramite prestanome) attraverso un trasferimento di valuta verso società estere che si interpongono nell’acquisto di criptovalute, pongono un serio ostacolo all’identificazione del ricorrente come beneficiario finale delle transazioni ed effettivo titolare di bitcoin acquistati non da lui ma dalle società estere che fungevano da “exchanger di criptovalute”.

A tal proposito si evidenzia che, ai fini dell’integrazione del reato di autoriciclaggio, non occorre che l’agente ponga in essere una condotta di impiego, sostituzione o trasferimento del denaro, beni o altre utilità che comporti un assoluto impedimento alla identificazione della provenienza delittuosa degli stessi, essendo, al contrario, sufficiente una qualunque attività, concretamente idonea anche solo ad ostacolare gli accertamenti sulla loro provenienza[1].

Ciò posto, la Corte sottolinea che, nel caso di specie, solo attraverso le successive e complesse indagini di polizia giudiziaria è stato possibile risalire all’indagato.

Riguardo a tale aspetto, si afferma che l’intervenuta tracciabilità, per effetto delle attività di indagine poste in essere dopo la consumazione del reato, delle operazioni di trasferimento delle utilità provenienti dal delitto presupposto non esclude l’idoneità “ex ante” della condotta ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa» (Fattispecie di trasferimento di ingenti somme di denaro tramite bonifici in favore di una costellazione di società estere che, a loro volta, effettuavano nuove operazioni di trasferimento a soggetti fisici e giuridici riconducibili all’indagato)[2].

Ancora, con riferimento al reato di autoriciclaggio, la Corte puntualizza che tra le condotte punibili rientra anche il “trasferimento” del bene di provenienza illecita che, nel caso di specie, è rappresentato dal denaro contenuto nelle carte Postepay utilizzate per effettuare i bonifici all’estero.

In particolare, tale operazione di trasferimento veniva compiuta dall’indagato servendosi di società estere adibite al cambio di valuta (nella specie da euro a bitcoin); in tal modo veniva immesso nel circuito economico-finanziario, il denaro di provenienza illecita poi utilizzato (“cambiato”) per acquistare i bitcoin.

All’attività di cambio della valuta, come si legge all’interno del provvedimento, deve essere attribuito carattere finanziario, tanto che a livello nazionale essa è regolamentata dalla legge e il soggetto che la esercita deve essere iscritto in appositi registri.

Alla luce di tali considerazioni, la Corte ritiene che la condotta del ricorrente sia riconducibile nel perimetro applicativo della norma incriminatrice contestatagli, poiché egli dava corso al trasferimento del profitto dei reati presupposto in un’attività finanziaria costituita dal cambio della valuta posto in essere su suo mandato da società estere.

Di conseguenza, appare irrilevante procedere a una verifica in ordine all’utilizzo ancora successivo dei bitcoin infine ottenuti dal ricorrente; ciò in quanto il reato di autoriciclaggio risulta già integrato dalla preliminare operazione di cambio della valuta cui l’indagato aveva dato corso servendosi di società estere.

 

[1] Cass. Pen., Sez. II, 24 maggio 2019, n. 36121, Draebing, in C.E.D. Cass., n. 276974.

[2] Cass. Pen., Sez II, 5 marzo 2019, n. 16908, Ventola, in C.E.D. Cass., n. 276419.