ISSN 2784-9635

Captatore informatico (Trojan) e intercettazioni svoltesi su territorio estero

Andrea Bernabale - 03/05/2021

Con la sentenza 29325/2020, la Corte di Cassazione, sez. II penale, si è espressa in merito alla possibilità di utilizzare il captatore informatico, altrimenti detto “trojan”, per intercettare conversazioni tramite rete wi-fi estera sita in Canada.

In seguito al provvedimento del Tribunale di Reggio Calabria del 7 novembre 2019, riguardante una misura cautelare in carcere per un indagato affine a una consorteria ndranghetista, questi ha proposto ricorso per cassazione lamentando una violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), c) ed e), in relazione agli artt. 178, 179, 266, 267, 268, 271 e 727 c.p.p., agli artt. 15 e 24 Cost., e art. 8 CEDU in ipotesi di mancata autorizzazione per il tramite di rogatoria internazionale. Nel corso delle intercettazioni, infatti, l’indagato si era recato all’estero, in territorio canadese, e perciò ribadiva l’illegittima acquisizione ed utilizzazione delle conversazioni ambientali in quanto acquisite in violazione degli obblighi di assistenza giudiziaria internazionale, sicché, a parere della difesa, in ossequio all’art. 727 c.p.p., l’autorità giudiziaria italiana procedente avrebbe dovuto fare ricorso alla rogatoria internazionale.

Tuttavia, la S.C. ha ritenuto non condivisibile la tesi del ricorrente in quanto il c.d. trojan era stato inoculato in Italia su apparecchi telefonici e collegati a gestore telefonico italiano. La Corte rammenta come i sistemi di captazione non sono costituiti solo dal trojan, cioè dal software che viene inoculato, ma anche dalle piattaforme necessarie per il loro funzionamento, che ne consentono il controllo e la gestione da remoto e che ricevono i dati inviati dal captatore in relazione alle funzioni investigative attivate. I dati raccolti sono infatti trasmessi, tramite internet, in tempo reale o ad intervalli prestabiliti, ad altro sistema informatico in uso agli investigatori. Si precisa, infatti, che i dati provenienti dal captatore informatico devono essere cifrati e devono transitare su un canale protetto sino al server della Procura che è il primo ed unico luogo di memorizzazione del dato. Ogni file è dunque cifrato e reca una password diversa rispetto a quella utilizzata per la memorizzazione sul server e ne consegue che ogni file per essere ascoltato deve essere decriptato.

Deve, quindi, ritenersi che, nella specie, la registrazione delle conversazioni tramite wi-fi sito in Canada abbia costituito una fase intermedia di una più ampia attività di captazione iniziata ed oggetto registrazione, nella sua fase finale e conclusiva, sul territorio italiano. In altre parole, l’atto investigativo risulta, comunque, compiuto sul territorio italiano.

Ne deriva che non è ipotizzabile alcuna rogatoria internazionale, come previsto dagli artt. 727 e ss. c.p.p., per un’attività di fatto svolta in Italia secondo le regole del codice di rito, risultando ininfluente la circostanza per la quale le conversazioni captate siano state in parte eseguite all’estero per lo spostamento dell’apparecchio, dal momento che il captatore era stato comunque inoculato in Italia e come tale strumento investigativo sia per sua stessa natura itinerante, in quanto l’attività di captazione segue tutti gli spostamenti nello spazio dell’utilizzatore.

Concludendo, il ricorso è rigettato poiché, una volta acclarata la sussistenza di tale strumento investigativo – qual è nel caso di specie – questo è lecito anche in assenza di rogatoria internazionale se inoculato in territorio italiano, risultando, quindi, rispettati i parametri di cui agli artt. 15 e 24 Cost. ed apparendo, anche, osservato il dettato di cui all’art. 8 CEDU così come interpretato nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo, dovendosi escludere preclusioni riguardanti le intercettazioni effettuate mediante “captatore informatico” transitato all’estero.