ISSN 2784-9635

Corte di Giustizia Ue: l’autore del reato di riciclaggio e quello del reato principale possono coincidere

Elena Shiva Tarighinejad - 22/09/2021

Corte di Giustizia Ue, Seconda Sezione, Sentenza 2 settembre 2021, causa C-790/19

Con la sentenza in commento, la corte di Giustizia Ue ha pronunciato, in tema di autoriciclaggio, il seguente principio: l’articolo 1, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2005/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 ottobre 2005, relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo, deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale che prevede che il reato di riciclaggio di capitali, ai sensi di tale disposizione, possa essere commesso dall’autore dell’attività criminosa che ha generato i capitali di cui trattasi.

Con riferimento al caso di specie, occorre premettere che il Tribunale superiore di Braşov, Romania, irrogava nei confronti dell’amministratore di una società una pena detentiva di 1 anno e 9 mesi per il reato di riciclaggio di capitali di cui all’art. 29, par. 1, lett. a), della legge n. 656/2002 (ossia la legge rumena recante misure di prevenzione e di lotta contro il riciclaggio di capitali e il finanziamento del terrorismo), in relazione a 80 atti materiali commessi tra il 2009 e il 2013.

In particolare, si è ritenuto che l’origine dei capitali interessati fosse riconducibile all’evasione fiscale commessa (nel medesimo arco temporale) da parte dell’amministratore, in virtù della mancata registrazione dei documenti fiscali attestanti, all’interno della contabilità della società, l’incasso delle entrate.

Inoltre, il giudice di prime cure constatava il trasferimento degli importi evasi sul conto bancario di un’altra società amministrata da un terzo, per effetto di un contratto di cessione del credito concluso tra l’amministratore, la società da lui amministrata, e quella amministrata dal terzo.

Successivamente, la Corte d’appello di Braşov, riteneva opportuno sospendere il procedimento e sottoporre alla Corte di Giustizia una questione pregiudiziale relativa all’interpretazione dell’art. 1, par. 3, lett. a), della direttiva (UE) 2015/8491, ai sensi del quale costituiscono riciclaggio (se commessi intenzionalmente) la conversione o il trasferimento di beni, effettuati essendo a conoscenza che essi provengono da un’attività criminosa o da una partecipazione a tale attività, allo scopo di occultare o dissimulare l’origine illecita dei beni medesimi o di aiutare chiunque sia coinvolto in tale attività a sottrarsi alle conseguenze giuridiche delle proprie azioni.

Nello specifico, il giudice del rinvio riteneva, sulla base di una serie di argomentazioni, che l’articolo suddetto dovesse essere interpretato nel senso che l’autore del reato di riciclaggio di capitali, che è per sua natura un reato di conseguenza derivante da un reato principale, non può essere quello del reato principale stesso2. Peraltro, una diversa interpretazione condurrebbe alla violazione del principio del ne bis in idem.

In virtù di tali considerazioni, il giudice del rinvio rimetteva alla Corte la seguente questione pregiudiziale: «Se il testo menzionato debba essere interpretato nel senso che la persona che commette l’attività materiale che costituisce il reato di riciclaggio è sempre una persona distinta da quella che commette il reato di base (il reato presupposto, dal quale proviene il denaro oggetto dell’atto di riciclaggio)».

In via preliminare, la Corte osserva che, sebbene la questione pregiudiziale de qua verta sull’art. 1, par. 3, lett. a), della direttiva 2015/849, è pur vero l’imputato è stato condannato per il reato di riciclaggio di cui all’art. 29, par. 1, lettera a), l. n. 656/2002, ossia sulla base di una norma che traspone nel diritto rumeno l’art. 1, par. 2, lett. a), della direttiva 2005/60, che era in vigore durante il periodo in discussione nel procedimento principale.

Inoltre, appare del tutto evidente la sostanziale sovrapponibilità delle disposizioni di cui all’art. 1, par. 2, della direttiva 2005/60 e quelle dell’art. 1, par. 3, della direttiva 2015/849.

Dopo aver fissato come punto di riferimento normativo la direttiva 2005/60, i giudici di Lussemburgo sottolineano che l’interpretazione di una norma del diritto dell’Unione avviene tenendo conto non solo della lettera della stessa, ma anche suo contesto e degli scopi perseguiti dalla normativa di cui essa fa parte.

Trasponendo tale principio al caso di specie, la Corte rileva che alla luce del tenore letterale dell’articolo 1, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2005/60, del contesto normativo in cui tale direttiva si inserisce, nonché dell’obiettivo perseguito da quest’ultima, l’articolo 1, paragrafo 2, lettera a), di detta direttiva deve essere interpretato nel senso che esso non osta a che uno Stato membro trasponga la disposizione summenzionata nel suo diritto interno, prevedendo l’incriminazione, per quanto riguarda l’autore del reato principale, del reato di riciclaggio di capitali. La stessa conclusione si applica relativamente all’articolo 1, paragrafo 3, lettera a), della direttiva 2015/849, considerando che quest’ultima direttiva si è limitata, a tal riguardo, a sostituire l’articolo 1, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2005/60 senza apportarvi alcuna modifica sostanziale.

In particolare, si osserva che il tenore letterale della disposizione suddetta non implichi la necessaria alterità tra autore del reato principale e autore del reato di riciclaggio.

Invero, dalla formulazione dell’art. 1, par. 2, lett. a), della direttiva 2005/60 si evince che una persona può essere considerata come autrice del reato di riciclaggio di capitali allorché sia a conoscenza dell’origine criminale dei capitali interessati. Pertanto, considerato che tale requisito è necessariamente soddisfatto per quanto riguarda l’autore dell’attività criminosa da cui provengono i capitali in parola, essa non esclude che quest’ultimo possa essere l’autore del reato di riciclaggio di capitali di cui all’articolo 1, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2005/603.

Per completezza, occorre altresì sottolineare che è soltanto la direttiva 2018/1673, il cui termine di trasposizione è scaduto il 3 dicembre 2020, ad aver introdotto l’obbligo per gli Stati membri, derivante dal diritto dell’Unione, di incriminare, per quanto riguarda l’autore del reato principale, la conversione o il trasferimento di beni, che provengono da una siffatta attività criminosa, allo scopo di occultare o dissimulare l’origine illecita di tali beni o di aiutare chiunque sia coinvolto in detta attività a sottrarsi alle conseguenze giuridiche della propria condotta

Da ultimo, con riferimento alla possibile violazione del principio del ne bis in idem, si osserva che ai sensi dell’art. 50 CDFUE nessuno può essere perseguito o condannato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato nell’Unione a seguito di una sentenza penale definitiva conformemente alla legge.

A tal proposito la Corte ricorda che l’idem factum rappresenta il criterio dirimente in ordine alla valutazione della sussistenza di uno stesso reato; esso consiste nell’identità dei fatti materiali intesi come esistenza di un insieme di circostanze concrete inscindibilmente collegate tra loro che hanno condotto all’assoluzione o alla condanna definitiva dell’interessato. L’articolo 50 della Carta vieta quindi di infliggere, per fatti identici, più sanzioni di natura penale a seguito di procedimenti differenti svolti a tal fine4.

Ciò determina per il giudice nazionale la necessità di stabilire se i fatti materiali oggetto di due distinti procedimenti rappresentino un insieme di fatti inscindibilmente connessi tra loro, in relazione all’oggetto e sotto il profilo temporale-spaziale.

Inoltre, ai fini della constatazione dell’esistenza di uno stesso reato, appare irrilevante la qualificazione giuridica dei fatti e dell’interesse giuridico tutelato, così come delineata all’interno dei singoli ordinamenti.

In definitiva, la Corte sostiene che l’articolo 50 della Carta non osta a che l’autore del reato principale sia perseguito per il reato di riciclaggio di capitali, di cui all’articolo 1, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2005/60, qualora i fatti che hanno dato luogo al procedimento penale non siano identici a quelli costitutivi del reato principale. Ciò in quanto il riciclaggio di capitali di cui al citato art. 1, par. 2, lett. a), è costituito da un atto distinto dall’atto costitutivo del reato principale, anche nell’ipotesi in cui l’autore di entrambi i reati sia lo stesso.

Ad ogni modo, spetta al giudice del rinvio la verifica in ordine alla sussistenza o meno di un’identità tra fatti materiali costitutivi del reato di evasione fiscale e quelli del reato di riciclaggio, il cui esito negativo consente di escludere la violazione del principio del ne bis in idem.

   

1 Come si legge all’interno della sentenza, il giudice del rinvio spiega di chiedere l’interpretazione della direttiva 2015/849, sebbene quest’ultima non sia stata trasposta nel diritto rumeno entro il termine prescritto, poiché la direttiva in parola definisce il reato di riciclaggio di capitali allo stesso modo della direttiva 2005/60, che era in vigore alla data dei fatti di cui al procedimento principale e che è stata trasposta nel diritto rumeno dalla legge n. 656/2002.

2 Un’impostazione di tal fatta deriverebbe dal preambolo, dall’art. 1, par. 3, lett. a) della direttiva 2015/849 e da un’analisi sui piani grammaticale, semantico e teleologico dell’espressione «effettuati essendo a conoscenza che tali beni provengono da un’attività criminosa».

Tale espressione, a detta del giudice nazionale, avrebbe senso solo a fronte di un’alterità tra autore del reato principale e quello del reato di riciclaggio di capitali.

A ciò si aggiunge che l’espressione «o di aiutare chiunque sia coinvolto in tale attività a sottrarsi alle conseguenze giuridiche delle proprie azioni» presenterebbe un legame non con l’autore del riciclaggio di capitali, ma con quello del reato principale.

3 La Corte precisa altresì che la conversione o il trasferimento dei beni cui fa riferimento la disposizione citata, costituiscono un atto materiale contingente che non risulta automaticamente dall’attività criminosa da cui provengono i beni stessi (a differenza del mero possesso o utilizzo di tali beni); di conseguenza, essi potranno essere commessi tanto dall’autore del reato principale, quanto da un terzo.

Ancora, dal contesto normativo in cui si inserisce la summenzionata direttiva discende che quest’ultima non osta a che uno Stato membro trasponga l’articolo 1, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2005/60 nel suo ordinamento interno, prevedendo l’incriminazione, per quanto riguarda l’autore del reato principale, del reato di riciclaggio di capitali, conformemente ai suoi obblighi internazionali e ai principi fondamentali del suo diritto interno.

In aggiunta Corte, concordando con quanto rilevato dall’avvocato generale all’interno del paragrafo 43 delle sue conclusioni, ritiene che l’incriminazione dell’autore del reato principale sia conforme agli obiettivi della direttiva 2005/60, in quanto idonea a rendere più difficile l’introduzione dei fondi di origine criminosa nel sistema finanziario e contribuisce così a garantire il buon funzionamento del mercato interno.

4 v. sentenze del 20 marzo 2018, Menci, C524/15, EU:C:2018:197, punto 35, e del 20 marzo 2018, Garlsson Real Estate e a., C537/16, EU:C:2018:193, punto 37