Criminalità dei colletti bianchi oggi. Predatori nell’ombra

Giuseppe Coccia - 17/03/2021

Quanto descritto dal sociologo e criminologo americano Edwin Sutherland negli anni quaranta del secolo scorso risulta di una attualità incredibile. Al giorno d’oggi, infatti, le cronache sono infarcite di casistiche criminali dove i protagonisti sono proprio loro, i colletti bianchi. È ovvio, chiaramente, che dopo più di sessant’anni siano da rivedere alcuni dei tratti salienti di questi individui rispetto a quelli indicati, a suo tempo, da Sutherland. I loro comportamenti, gli atteggiamenti e la mentalità criminale con il passare degli anni si sono adeguati alle mutate condizioni della società, del mondo economico-finanziario e di quello criminale.

Di sicuro una prima definizione attribuibile a questi soggetti può essere quella di “criminali nell’ombra”. Questi individui, infatti, si dedicano alle proprie attività illecite mimetizzandosi magistralmente nella comunità, anzi spesso risultando, di facciata, strenui sostenitori dell’onestà e della legalità.

L’ex Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, il magistrato Raffaele Cantone precedentemente in servizio presso la D.D.A. di Napoli, dov’era impegnato nella lotta contro la camorra, in particolare combattendo il clan dei “casalesi”, ha recentemente commentato, durante un incontro sulla corruzione organizzato presso l’università LUISS di Roma, di “rispettare” più i “casalesi” che i “colletti bianchi” (nota 1).  Ha spiegato che, infatti, mentre gli uni possono essere guardati frontalmente – ed è quindi relativamente facile catalogarli come nemici – non è possibile fare altrettanto con gli altri.

Continuando nella sua argomentazione, l’importante magistrato ha spiegato come la camorra, ed in generale tutte le associazioni di stampo mafioso, da sole non sarebbero in grado di fare molto. È vero che potrebbero comunque intimidire e colpire fisicamente chiunque, ma la forza militare da sola sarebbe sicuramente limitata e temporanea.

Il problema vero sarebbe da ricercare in realtà nell’intreccio che lega la camorra all’imprenditoria ed alla politica. Per essere realmente forte, per poter comandare veramente, la camorra ha bisogno dei colletti bianchi, o sporchi come li definisce il Dott. Cantone. Si tratta di quei soggetti che troppo spesso occupano poltrone importanti e li troviamo nei palazzi del potere e da lì, rischiando relativamente poco, possono accumulare denaro e potere.

Quanto indicato rende immediatamente comprensibile la pericolosità di questi individui, che grazie ai legami molto stretti con la criminalità organizzata possono realizzare affari colossali.

La crescita inarrestabile di “poteri oscuri” economico–finanziari strettamente interconnessi con la criminalità organizzata è stata favorita dalla globalizzazione, fenomeno che rende ancora più debole lo Stato inteso tradizionalmente e maggiormente inefficaci gli strumenti di cui dispone per contrastare, in modo veramente efficiente, le forme di delinquenza organizzata, che oggi sono veri e propri “core business” di una economia parallela e capace di fatturare ogni anno miliardi di euro.

Questo aspetto ha portato alcuni magistrati antimafia, ad esempio il giudice De Cataldo, a parlare di era “post-criminale” (nota 2), in quanto non sono solo i criminali tradizionali a dedicarsi ad attività illecite, organizzandosi in associazioni o meno, ma sempre più spesso le attività illegali risultano essere fonte di grandi affari per esponenti di élites insospettabili. L’Italia permette, per le sue caratteristiche peculiari, di individuare in modo preciso i legami che tali insospettabili possono intessere con le organizzazioni criminali.

Per iniziare a dare dei lineamenti più definiti ai colletti bianchi, così come intesi in questo lavoro, dobbiamo cominciare a prendere in considerazione alcuni aspetti che erano sconosciuti a Sutherland, che tra l’altro intendeva dimostrare altro ed operava in un contesto socio-economico completamente diverso.

Possiamo partire dal concetto, creato nel 1994, dalla Corte di Cassazione, di “Concorso esterno in associazione mafiosa” basato sugli articoli 110 e 416 bis del nostro codice penale.

Già il giudice Giovanni Falcone, influenzato dal lavoro del barone Franchetti, si era convinto che la vera forza della mafia non era frutto della sua potenza militare intrinseca ma nasceva dai legami intrecciati con élites prive di scrupoli e disposte a concludere con essa ciò che veniva definito “patto scellerato” (nota 3).

Il termine “borghesia mafiosa”, elaborata negli anni ottanta dallo storico Santino (nota 4), può essere utilizzate con una doppia valenza, può permetterci di designare queste élites fortemente legate al crimine organizzato, senza però farne parte strutturalmente, mancando l’elemento dell’ “affectio societatis”.

Borghesia mafiosa, tuttavia, può indicare pure quegli esponenti della criminalità organizzata che, grazie alle ricchezze accumulate, al potere acquisito e alle protezioni conquistate grazie ai favori prestati, ad esempio in campo politico, sono riusciti a diventare – sulla falsariga di certe oligarchie post dittatura nate nei Paesi dell’Est Europa – personaggi influenti e importanti, legati spesso con altre borghesie mafiose o massoniche.

Questa problematica è così gravemente diffusa in Italia che nel settembre del 2007 il presidente di Confindustria di allora, Luca Cordero di Montezemolo, propose di escludere dalla confederazione coloro che si potevano ritenere “collaboratori” della mafia (nota 5).

Gli imprenditori complici della criminalità organizzata possono essere associati, infatti, senza alcun dubbio al concetto di borghesia mafiosa. Tra questi sono da includere quelli che hanno deciso di stringere il patto scellerato sopra citato nell’ottica di una logica clientelare che lega l’operatore economico al clan. Possiamo pensare ai cavalieri del lavoro di Catania che, negli anni ottanta, strinsero il patto con la mafia palermitana per poter estendere gli affari nella zona Ovest, offrendo in cambio il ricco paniere di rapporti politici di cui disponevano.

L’imprenditore continuerà, nella maggior parte dei casi, a pagare le tangenti, ma dalla relazione con il crimine organizzato trarrà anche grandi vantaggi. Sul suo piatto della bilancia potrà offrire vari servizi: possiamo pensare alla possibilità di offrire un contatto giusto, alla falsa testimonianza, al riciclaggio del denaro proveniente dalla commissione di reati, per fare alcuni immediati esempi.

A tale categoria di uomini d’affari dobbiamo aggiungerne un’altra, quella che i magistrati definiscono imprenditore “strumentale”.

Pur mancando l’”affectio societatis” essi scendono ad accordi al fine di trarre vantaggi, specialmente negli appalti per la realizzazione delle grandi opere. Per i magistrati, questi grandi imprenditori si macchiano di una responsabilità maggiore di quella degli imprenditori locali legati dal clientelismo alla criminalità organizzata e di cui abbiamo parlato in precedenza.

Con la loro indifferenza, infatti, favoriscono fortemente la persistenza e l’incremento della fenomenologia mafiosa. Siglano con le associazioni criminali accordi che stabiliscono gli obblighi reciproci, in un rapporto sinallagmatico che li lega fin quando c’è la possibilità di far soldi.

Il paradigma di questo tipo di accordo è “il tavolino” che fu concepito da un grosso imprenditore legato alla mafia, Angelo Sino (nota 6).

I vantaggi erano enormi per tutti. Gli imprenditori avevano la sicurezza di sbaragliare la concorrenza negli appalti pubblici in tutta la Sicilia, i cantieri risultavano essere blindati grazie alla protezione mafiosa, specie in caso di conflitti sociali come gli scioperi.

In cambio di queste “certezze” gli operatori economici dovevano riconoscere alle famiglie il 2.5% del valore dell’appalto aggiudicato per il mantenimento dei buoni rapporti tra mafia e politica, il 2.5% per la sicurezza all’interno delle aree cantiere ed infine lo 0.8% direttamente ai boss, Totò Riina e Bernardo Provenzano, che facevano sì che il patto venisse rispettato. Analoghi accordi sono stati ricostruiti anche a Napoli, relativamente allo scandalo Parmalat (nota 7).

In definitiva si può affermare che anche le grandi aziende, comprese quelle del Nord Italia, preferiscono a volte scendere a patti con le associazioni criminali piuttosto che denunciarle.

Il patto che una grande società stringe con la criminalità organizzata rafforza quest’ultima, lanciando un messaggio devastante per quei soggetti che svolgono attività in ambito locale. È stato detto che in certe zone dell’Italia meridionale un imprenditore per rimanere onesto deve avere doti di particolare eroismo.

Secondo la ricercatrice Felia Allum (nota 8) la confusione tra l’economia legale e quella criminale è stata una delle principali cause, negli anni novanta, delle privatizzazioni di molti settori della vita pubblica italiana.

Queste poche considerazioni, già da sole, ci permettono di sottolineare come la criminalità dei colletti bianchi sia il frutto di organizzazione, sistematicità e proiezione nel futuro. È ormai fuori discussione che anche imprenditori e professionisti, alla pari dei criminali dei bassifondi, siano in grado di organizzare le proprie attività illecite.

Questo complesso mondo offre svariati esempi della capacità organizzativa dei colletti bianchi, possiamo citare per esempio il caso della BCCI, frode penale sistematica perpetrata da una banca multinazionale capace di compiere i più svariati crimini (riciclaggio di denaro – spesso provento del narcotraffico – prestiti fittizi e falsificazioni ecc.).

Le somme in gioco erano dell’ordine di miliardi e sono … svanite.

Si potrebbero fare altri esempi, e dimostrare così come la predazione dei mercati finanziari non sia una casualità e non avvenga in modo spontaneo.

Alcuni studiosi parlano di C.O.C.B (nota 9) – criminalità organizzata in colletto bianco – riferendosi a questa tipologia di delinquenza, che come abbiamo visto possiamo definire perfettamente organizzata ed intrecciata strutturalmente con le mafie.

In Italia esistono i “comitati di affari”, organizzazioni che riuniscono politici, imprenditori, faccendieri ed emissari di poteri forti e che spesso hanno dominato intere Regioni, specialmente del Sud, ma non solo.

A riprova della forza di questa categoria di soggetti, l’F.B.I. -ovviamente in ambito americano- ha iniziato ad utilizzare metodologie di contrasto, riservate in precedenza alla criminalità organizzata di stampo mafioso, anche nei confronti di manager che lavorano in lussuosi uffici di Wall Street (nota 10).

Sarebbe, però, un errore limitare il concetto di criminalità organizzata dei colletti bianchi esclusivamente al mondo economico–finanziario. Il campo di azione è molto più vasto, basta pensare alla criminalità predatoria di Stato e posta in essere da alti burocrati e politicanti.

In questi casi l’efficace attuazione delle politiche democratiche statali viene impedito dall’interno, a causa di una criminalità esogena ed endogena, concorrente od opposta al crimine tradizionale.

 

BIBLIOGRAFIA

1 Avvenire, 10 Ottobre 2014, pag. 3.

2 Jean-Francoise Gayraud e Jacques de Saint Victor, I nuovi orizzonti del crimine organizzato, Ed. di Storia e Studi Sociali, 2013.

3 Leopoldo Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia,1877 Roma, Donzelli, 2000.

4 Jean-Francoise Gayraud e Jacques de Saint Victor, I nuovi orizzonti del crimine organizzato, Ed. di Storia e Studi Sociali, 2013, pag. 13.

5 La Repubblica, 3 Settembre 2007.

6 Alfio Caruso,Da cosa nasce cosa. Storia della mafia dal 1943 ad oggi,Milano,Longanesi, 2000, pag. 441 e sgg.

7 Cantone Raffaele e Di Feo Gianluca, I gattopardi, Mondadori Editore, 2010.

8 Jean-Francoise Gayraud e Jacques de Saint Victor, I nuovi orizzonti del crimine organizzato, Ed. di Storia e Studi Sociali, 2013

9 Jean-Francoise Gayraud, La Grande Fraude. Crime, subprimes et crises financières, Paris ,Odile Jacob, 2011.

10 Patricia Hurtado, F.B.I. Pulls 01 Perfect Edge to Nab New Insider Trading Class, in <<loomberg>>, 20 Dicembre 2011