ISSN 2784-9635

Criptovalute e conferimenti aziendali

Ranieri Razzante - 31/01/2020
Verso un nuovo diritto dei contratti
Nota a sentenza Tribunale Brescia, Sez. specializzata in materia di impresa,

18 luglio 2018, n. 7556 (decreto) – Pres. Del

Porto – Rel. Lentini

Contributo già apparso in Giurisprudenza Italiana, gennaio 2019.

 

Introduzione

La sentenza che si annota si introduce con indubbia portata innovativa nel dibattito nazionale in corso tra le autorità e i giuristi (per quanto qui rileva), poiché concorre alla delimitazione dell’ambito oggettivo di inserimento, nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, di una nuova fattispecie, le criptovalute, che necessita di una sistemazione organica non tanto sotto il profilo economico finanziario, bensì –ad avviso di chi scrive- normativo e legale.

Sulle criptovalute si conosce abbastanza dal punto di vista del funzionamento tecnico operativo. I mercati hanno già sviluppato sia l’attività di mining che quella di trading, cioè la generazione e la circolazione di questi strumenti che, come si vedrà, possono essere ragionevolmente assimilati ad asset[1] aventi valore economico ( ancorchè non esattamente e univocamente configurabile), ferma restando la non sopita disquisizione circa la reale portata e natura del fenomeno.

Si, perché la comparsa di dette valute nello scenario economico mondiale è stata possibile grazie ad un passaggio “finanziarizzato” da semplici codici alfanumerici a vere e proprie “monete”, con l’antesignana “bitcoin” a dettare (più o meno arbitrariamente) le regole all’economia e alla finanza, imponendosi come mezzo per la creazione di valore che ha sconvolto, quantomeno negli ordinamenti giuridici di civil law, le più tradizionali regole per l’allocazione di capitali e per l’effettuazione ordinata degli scambi.

Sintesi della pronuncia

Il Tribunale di Brescia, e segnatamente la sezione specializzata in materia di impresa, con un decreto del 18 luglio 2018, emanato in sede di volontaria giurisdizione, nega la possibilità di un aumento di capitale sociale da parte di una società mediante conferimento di unità di una determinata criptovaluta. Il decreto de quo rigetta un ricorso della società in questione, la quale intendeva censurare il rifiuto del notaio incaricato di provvedere all’iscrizione al registro delle imprese della suddetta delibera assembleare.

Conseguentemente, il Tribunale di merito crea un precedente giurisprudenziale di non poco momento, affermando senza esitazione la “incapacità” (il termine è di chi scrive) di una criptovaluta di essere riconosciuta come strumento di scambio tradizionalmente inteso.

L’alternarsi degli spunti ricostruttivi rivenienti sia dall’appellante che dai giudici consente in questa sede di enumerare una serie di tratti caratterizzanti le criptovalute, ma soprattutto di valutarne l’attuale possibilità di inserimento nel diritto dei contratti, avuto riguardo sia alla (ancora incerta) profilabilità giuridica, sia – e lo si affronterà per incidens – alla garanzia di affidabilità e sicurezza del rispetto della lex mercatorum.

Nozione di criptovaluta

Criptovaluta è il nome di una valuta digitale e decentralizzata, open source e disponibile per lo scambio virtuale.

Chiunque può facilmente acquistarne senza avere particolari competenze tecniche. Una volta effettuata la procedura di acquisto ed installazione del proprio wallet, l’utente genererà il suo primo indi- rizzo che userà per ricevere o trasferire criptovalute.

Il tutto è gestito da una tecnologia che prende il nome di blockchain, un enorme registro pubblico e condiviso, sul quale si basa la rete del Bitcoin ma anche di moltissime altre valute.

Letteralmente, blockchain è una catena di blocchi, che sono collegati fra loro e resi sicuri mediante l’utilizzo di crittografia. In sostanza si parla di una tecnologia che permette di rendere un messaggio incomprensibile a tutti coloro che non sono autorizzati a leggerne il contenuto.

La blockchain è vista come un nuovo internet, o meglio, un internet basato sulle transazioni, su sicurezza, trasparenza e decentralizzazione[2].

Come si vedrà in appresso, dovremo tentare di dimostrare che questo registro informatico possa essere assimilato, ad esempio, ad un repertorio notarile piuttosto che al registro delle imprese, ovvero a qualsiasi tipologia di fonte “affidabile e indipendente”.

Il compito si presenta, invero, assai ardito, per i motivi che enunceremo.

I giudici ci danno però un grosso aiuto in questo provvedimento.

Essi si soffermano, in particolare, sulla valenza delle criptovalute in ordine al soddisfacimento del requisito di cui all’art. 2464, comma 2, del Codice Civile. Esso testualmente recita: “possono essere conferiti tutti gli elementi dell’attivo suscettibili di valutazione economica”.

I magistrati componenti il collegio decidono per la negativa, escludendo la attribuibilità di un valore economico attendibile ai beni de quibus.

Ciò, a parere dello scrivente, rende irrevocabile in dubbio la tesi, da più parti sostenuta, della carenza di un elemento fondamentale del (nostro) negozio giuridico[3]: palesemente, quella dell’oggetto e della sua determinatezza, ovvero determinabilità.

Alla pag. 3 del decreto, infatti, si valuta come “pregiudiziale” (il termine non è testuale) una tassonomia di requisiti ad substantiam di “qualunque bene atto al conferimento”.

L’idoneità a essere oggetto di valutazione, cosa che per le criptovalute è non ancora possibile con certezza, stante la loro volatilità. Il notaio che aveva rifiutato la redazione dell’atto di cessione evidenziava infatti testualmente (v. pag2 del decreto) che i beni di cui parliamo “non consentono una valutazione concreta del quantum destinato alla liberazione dell’aumento del capitale sottoscritto”.

Altro elemento è l’esistenza di un mercato per il bene conferito, circostanza cui non si può sopperire adducendo l’esistenza di transazioni regolamentate attraverso il sistema blockchain. Questo, in ogni caso, ha il limite dell’accessibilità ad operatori non specializzati e, soprattutto, non consente una agevole comprensione per l’investitore medio della “catena del valore” che presidia alla negoziazione, che sia per investimento ovvero solutoria, in criptovalute.

Da quanto sopra il Tribunale giustamente inferisce che detti strumenti non possono essere compiutamente aggredibili da parte dei creditori sociali, facendo così venir meno la primaria funzione del capitale sociale dell’impresa.

Per smontare questa ricostruzione i ricorrenti avevano addotto soprattutto la esaustività della perizia di stima presentata come da previsioni dell’art. 2465 cc[4].

Ma la perizia non ha potuto, all’evidenza (quindi non per colpa del perito incaricato), mostrare con indefettibile certezza, ipso facto, il valore dei beni da appostare in bilancio.

Ulteriori profili sistematici e ricostruttivi

Come chi scrive ha avuto modo di affermare in argomento, il mercato ha regole (sia tecniche che giuridiche) cui non si può derogare, e una di queste è la possibilità per ciascuno degli attori coinvolti nelle transazioni finanziarie e commerciali di possedere l’esatta dimensione “numerica” delle prestazioni e delle controprestazioni richieste.

Come si può allora sostenere che un bene senza mercato, ovvero con un mercato che non possiede le caratteristiche ontologiche al medesimo, possa fungere da riferimento per la stipula di negozi giuridici che devono impegnare contraenti di tutto il pianeta[5]?

Se ufficialmente è lo Stato a regolare l’emissione di moneta, con la nascita della moneta virtuale non vi è nessun ente centrale che ne controlla l’emissione, in quanto essa si basa su un sistema peer-to- peer gestito da un algoritmo di creazione, in cui ciascun utente ha diritti pari a quelli degli altri. Questi diritti, è opportuno ricordarlo, restano però confinati a quel mercato, per cui ne usufruiscono solo coloro che fanno parte della “comunità virtuale” degli utilizzatori di criptovalute[6].

Rispetto alla moneta intesa tradizionalmente, questa nuova modalità di pagamento tende poi a non assolvere alle funzioni che sono proprie della moneta stessa, e che tradizionalmente possono distinguersi, come noto, in: pagamento, conto e riserva.

Mancando una puntuale regolamentazione giuridica, aumentano i rischi connessi alla insufficienza di tutela e al compimento di reati, quali il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo[7].

Sebbene le criptovalute siano utilizzate come mezzo di pagamento e non essendo emesse da una banca, da un istituto di pagamento o da un istituto di moneta elettronica, non possono essere definite come moneta in senso tecnico, e pertanto non è possibile applicarvi la regolamentazione valutaria prevista per le monete aventi corso legale, né quella riferibile alla moneta elettronica. Allo stesso modo, non sono strumenti finanziari, in quanto non rientrano nell’elenco dei prodotti finanziari di cui all’art. 1, co. 2, del d.lgs. 58/1998 in materia di intermediazione finanziaria[8].

Ulteriore tentativo, anche in dottrina come nella sentenza oggetto di questa nota, è stato quello di ricomprendere la moneta nella categoria di beni immateriali disciplinati dall’art. 810 c.c., definiti come “cose che possono formare oggetto di diritti”. Le monete virtuali sono un bene mobile e immateriale, in quanto – ribadiamo – manca la tangibilità di questa moneta, ancorata ad una mera emissione digitale. Il tentativo di inquadrare la moneta virtuale nella fattispecie dei beni immateriali collide però con la natura non monetaria dei beni stessi, in quanto difetta del requisito di patrimonialità, sebbene la moneta virtuale assuma una funzione economica in quanto viene utilizzata per adempiere a prestazioni onerose.

La Banca Centrale Europea, dal canto suo,  si è espressa a favore di una qualificazione non di moneta né di valuta, anche se ne riconosce la funzione di scambio quando sussiste un accordo tra le parti; escludendo tuttavia l’applicazione della regolamentazione sui sistemi di pagamento elettronici. A fronte del superamento del concetto di moneta legale intesa come moneta fisica, e a fronte dell’inclusione della moneta bancaria e della moneta elettronica nella categoria di strumento di adempimento delle obbligazioni pecuniarie analogo a quello della moneta fisica, tuttavia la Banca Centrale Europea non fa rientrare la moneta virtuale tra questi ultimi strumenti, ad eccezione del fatto che siano le stesse parti contraenti a stabilire che venga adempiuta l’obbligazione tramite il pagamento in criptovalute. Alla luce di quanto detto, la BCE definisce nel 2015 le criptovalute come “a digital representation of value, not issued by a central bank, credit institution or e-money institution, which, in some circumstances, can be used as an alternative to money”, escludendo così la qualificazione giuridica di moneta.

Tale definizione è stata poi ripresa dal legislatore nel d.lgs. 90/2017, all’art. 1, co. 2, lett. qq), che indica la valuta virtuale come “rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centra- le o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizza- ta come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettroni- camente”.

Il suddetto decreto ha integr[9]ato la disciplina contenuta in analogo strumento (d.Igs. 231/2007), relativa alla prevenzione del riciclaggio[10], non a caso inserendo tra I destinatari delle norme di prevenzione i“prestatori di servizi” relativi all’utilizzo, alla conservazione di valute virtuali e alla loro conversione da, ovvero in, valute aventi corso “legale”[11].

Ugualmente, per restare alle ricostruzioni più note e significative, la Banca d’Italia definisce, nella comunicazione del 30 gennaio 2015, le valute virtuali come “rappresentazioni digitali di valore non emesse da una banca centrale o da un’autorità pubblica. Esse non sono necessariamente collegate a una valuta avente corso legale, ma sono utilizzate come mezzo di scambio o detenute a scopo di investimento e possono essere trasferite, archiviate e negoziate elettronicamente. Non sono moneta legale e non devono essere confuse con la moneta elettronica”.

La Sezione 5 della Corte di Giustizia dell’Unione europea, con la sentenza 22 ottobre del 2015, causa C-264/14[12], è stata chiamata ad esprimersi sull’assoggettamento all’imposta sul valore aggiunto delle operazioni di cambio della valuta virtuale bitcoin in una valuta tradizionale o viceversa. La valuta virtuale bitcoin, così come definita dalla citata sentenza, essendo un mezzo di pagamento contrattuale, “non può essere considerata né come un conto corrente né come un deposito di fondi, un pagamento o un versamento”.

Trattasi pertanto di un mezzo di pagamento diretto tra gli operatori che l’accettano, differente rispetto ai crediti, agli assegni e agli altri effetti commerciali, di cui all’articolo 135, paragrafo 1, lettera d), della direttiva IVA. Infine, non costituisce né un titolo che conferisce un diritto di proprietà su persone giuridiche, né un titolo di natura comparabile[13].

Concependo così il bitcoin come un mezzo di pagamento tradizionale, la sentenza ha inquadrato le operazioni di cambio come prestazioni a titolo oneroso, rientranti tra le operazioni relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio.

Come si può notare, ciò è in linea con la sentenza che qui si commenta, in quanto nessuna delle definizioni sopra menzionate può condurre all’ attribuzione di un potere solutorio ai “beni” (perchè è improprio chiamarle valute o monete) di cui si discute.

Conclusioni

In Italia la prima statuizione in materia di criptovaluta si è avuta con la sentenza n. 195/2017 del Tribunale di Verona[14], chiamato ad esprimersi sulla controversia tra un utente che conferì una somma di denaro ad una società di servizi informatici la quale, in cambio di bitcoin, avrebbe dovuto aprire un portafoglio virtuale che però non è stato mai aperto.

La sentenza emessa segna una svolta in tema di inquadramento giuridico dell’attività di conversione valuta contro (cripto) valuta ad opera di società di cambio.

Il rapporto sinallagmatico nato tra le due parti in seguito alla conclusione online di un contratto di cambio di valuta reale con bitcoin configura – secondo il Giudice adìto – un servizio finanziario[15], in quanto le transazioni online sono state effettuate con uno strumento finanziario costituito da una moneta che può essere coniata da qualunque utente ed è sfruttabile per compiere operazioni.

Trattandosi di cambio di valuta tradizionale con valuta virtuale, il giudice ha ripreso la definizione introdotta dalla Risoluzione n. 72/E dell’Agenzia delle Entrate[16], che ha qualificato l’operazione di cambio come una prestazione a titolo oneroso sub specie di intermediazione nell’acquisto e vendita di bitcoin.

Operazione sussunta in un servizio finanziario concluso a distanza nei confronti di un consumatore, cui è conseguentemente applicabile la disciplina sulla commercializzazione a distanza di servizi finanziari.

La sentenza della Corte di Giustizia ha quindi statuito che le operazioni relative a valute non tradizionali, ovvero diverse dalle monete con valore liberatorio in uno o più paesi, costituiscono  operazioni finanziarie scaturenti da un rapporto giuridico sinallagmatico tra le parti contraenti, le quali si impegnano a cedere importi in una certa valuta e a riceverne il controvalore in una valuta virtuale a flusso bidirezionale (o viceversa)[17].

Si configura indubbiamente, pertanto, l’istituto civilistico del “contratto”, secondo quanto previsto dall’1321 c.c., dove l’accordo tra le parti in merito all’utilizzo di un mezzo di pagamento alternativo rispetto ai legali mezzi di pagamento risulta essere elemento costitutivo[18].

Tra i requisiti essenziali tipizzati dall’art. 1325 c.c., il contratto – come noto – deve essere stipulato in forma scritta, quando la legge lo richiede a pena di nullità dello stesso. Al di fuori dei casi previsti dalla legge – come noto – il legislatore ha dato ampia libertà di scelta della forma. Nel caso specifico, per tutte le transazioni regolate con valuta bitcoin, la forma del contratto non è quella scritta.

Normalmente, in tali evenienze, le parti utilizzano degli strumenti comunicativi alternativi, facendo ricorso a dei comportamenti materiali diretti a un certo fine, ovvero lo scambio di valuta virtuale.

Ciò fa dire non tanto che non sia possibile forma diversa (giammai), ma che la delicatezza del contenuto dell’obbligazione (rectius: del negozio giuridico)può essere solo vulnerata da scelte non “ortodosse”, a livello – si intende – di onere della prova (e non solo).

Nell’applicazione della normativa civilistica in materia di obbligazioni sorgono poi dei dubbi, sempre in materia di cripto pagamenti,  in merito alla determinazione del luogo dell’adempimento. La tecnologia peer-to-peer prevede, come noto, una serie di nodi consistenti in computer di utenti disseminati in tutto il globo. In questo sistema, il trasferimento di valori avviene tra portafogli virtuali e ogni transazione viene inclusa nella blockchain. Ogni portafoglio virtuale contiene un insieme segreto di dati che è la chiave privata, che viene utilizzata per autenticare la provenienza del flusso.

Essendo difficile associare un nome ad un indirizzo bitcoin, sorgono delle problematiche in merito alla regolamentazione del mittente e del ricevitore. L’utente non conosce in quale paese risiede il proprietario del portafoglio mittente/ ricevente, salvo non proceda ad identificare l’indirizzo IP e quindi a geolocalizzare il dispositivo dal quale è partita la transazione.

La mancata conoscenza del paese in cui avviene la transazione pone dei dubbi in merito alla normativa da applicare. Quella internazionale sulle obbligazioni, oppure quella civilistica sulle obbligazioni pecuniarie applicabile ai pagamenti effettuati nel territorio dello Stato italiano? E’ il quesito (anch’esso) tuttora irrisolto.

Sulla legge applicabile all’obbligazione pecuniaria, l’art. 3 della Convenzione di Roma in materia concede ampia libertà alle parti di scegliere quale legge applicare al contratto, ovvero ad una parte di esso. In assenza di una scelta, la Convenzione rimanda ad una serie di criteri inadeguati alla bisogna, atteso che qui trattasi di transazioni virtuali.

L’art. 4, comma 1, stabilisce che debba applicarsi la legge del paese con il quale il contratto presenti il collegamento più stretto. Per “collegamento più stretto” il comma 2 specifica che si fa riferimento “al paese in cui la parte che deve fornire la prestazione caratteristica ha, al momento della conclusione del contratto, la propria residenza abituale o, se si tratta di una società, associazione o persona giuridica, la propria amministrazione centrale”.

Se si considera la normativa contrattualistica nazionale, contrastante risulta l’art. 1277 c.c., il quale stabilisce che “I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale”. Tale norma stabilisce che, salvo diversa pattuizione, si presume che l’obbligazione sia espressa nella moneta corrente dello Stato in cui si deve effettuare il pagamento, che deve effettuarsi con la quantità di denaro prestabilita al momento in cui è sorta l’obbligazione.

Nel momento in cui viene utilizzata la moneta virtuale, non esiste – all’evidenza – uno Stato in cui deve essere effettuato il pagamento né una valuta corrente dello Stato medesimo, in quanto la moneta ha un’unica e omogenea valuta e non ha competenza territoriale. A maggior ragione, le criptovalute non hanno ricevuto la qualificazione di moneta avente corso legale, con una serie di conseguenze soprattutto in ambito di tutela per inadempimento.

Ulteriore conferma è data dall’art. 1278 c.c., che stabilisce che “se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha la facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento”.

Il legislatore tuttavia concede uno spazio di manovra per l’utilizzo di moneta non avente corso legale per l’adempimento di un’obbligazione tra le parti che ne abbiano espresso la volontà con il disposto contenuto nell’art. 1279, che recita: “La disposizione dell’articolo precedente non si applica, se la moneta non avente corso legale nello Stato è indicata con clausola effettivo o altra equivalente, salvo che alla scadenza dell’obbligazione non sia possibile procurarsi tale moneta”.

La clausola effettivo non è applicabile alle cripto valute, dato che ne abbiamo provato, ad oggi, l’impossibilità di equivalenza de iure (e anche de facto).

Seppur sia vero – come si afferma da più parti – che il pagamento effettuato con le criptovalute assicuri celerità dei trasferimenti, in quanto le transazioni vengono confermate in soli dieci minuti, e in assenza – in astratto, come abbiamo visto – di rischi di cambio, in quanto trattasi di valuta universale soggetta a oscillazioni di mercato differenti rispetto a quelle cui sono assoggettate le monete aventi corso legale, non è chiaro ancora quale normativa contrattuale possa essere applicata.

Inoltre, ci sentiamo di escludere che tali prestazioni rientrino nella sfera di applicazione delle disposizioni in materia di deposito di fondi, conti correnti, pagamenti, giroconti, crediti, assegni, operazioni riguardanti azioni, obbligazioni e altri titoli che conferiscono il diritto di proprietà su persone giuridiche.

Sul punto deve essere segnalato un interessante Parere del Consiglio Nazionale del Notariato, pubblicato sul sito di categoria come “Quesito antiriciclaggio n. 3/2018/B”, ed intitolato Compravendita di immobile-Pagamento del prezzo in Bitcoin.

Partendo dal presupposto che due contraenti volessero cedersi un immobile ad un dato prezzo in euro, ma con regolamento in bitcoin, e tenendo presente la definizione di “strumento di pagamento” come quella più accreditata in dottrina, il Notariato ha voluto studiare gli effetti della transazione sulle limitazioni al contante di cui alla normativa antiriciclaggio.

Pur non trovandoci d’accordo, per i motivi sopra esposti, né la tesi dello strumento finanziario né del sistema di pagamento ivi propugnate (propendo per quella di “cripto asset”, beni cioè aventi una valutazione economica), dobbiamo evidenziare di seguito due statuizioni importanti contenute nel Documento de quo:

  • “i sistemi di accesso informatici, senza eccezioni, non si fondano sul concetto di identificazione”, bensì sulla mera verifica di credenziali informatiche; la differenza, soprattutto ai fini della normativa antiriciclaggio, non è di poco conto. L’utilizzo di un sistema informatico non può mai garantire, pertanto, l’identità del soggetto che effettua un accesso”;
  • “ne deriva che (…) il tracciamento, meramente informatico, potrebbe essere del tutto ininfluente ai fini della normativa che ci occupa”.

Ciò detto, giustamente si conclude che il Notaio non può assistere alla traditio del mezzo di pagamento, requisito essenziale dell’atto prima di tutto (in uno con l’indicazione analitica dei mezzi di pagamento), ma poi dell’applicazione dei criteri antiriciclaggio. Che il (così definito) “contante digitale” non può paragonarsi a quello reale.

Concludiamo allora confermando le nostre ipotesi sulla mancata ricostruibilità – al momento – della natura giuridica della fattispecie “criptocurrencies”, con i riflessi immaginabili (ed immaginati) in questo scritto[19].

Solo un “baratto” potrebbe oggi aiutarci a connotare le operazioni di trasferimento di detti “oggetti” all’interno di un sistema che, come abbiamo visto, è chiuso e “autoreferenziale” (l’aggettivo è nostro). L’esempio della compravendita commerciale è emblematico del riconoscimento circa la non contemporaneità del pagamento e della consegna del bene. Lo stesso pagamento dovrebbe seguire le regole di una sorta di “datio in solutum/baratto”, laddove il prezzo è dichiarato in atto in euro, ma poi il regolamento avviene nella modalità appena accennata.

Una soluzione, non possiamo dire “la” soluzione.

 

[1] Così da ultimo, confortandoci non poco, uno studio dei competenti uffici del Parlamento Europeo, Criptocurrencies and monetary policy, Monetary dialogue, July 2018, pag. 12, laddove testualmente si afferma che “the cryptocurrencies available today are not performing the funcions of money very well. As a result, they can only be considered as speculative assets which are expected tuo yeld returns only as a result of capital gains”.

[2] Così, amplius,  in Bitcoin e Criptovalute: Profili giuridici, a cura di R. Razzante, Maggioli, 2018, cap.1; anche LEMME G, PELUSO S., “Criptomoneta e distacco dalla moneta legale. Il caso Bitcoin”, Rivista di diritto bancario,  n. 11/2016

[3] Circa la possibilità di conferimenti diversi dal denaro contante e beni la letteratura e la giurisprudenza sono talmente ampie da non poter essere agevolmente citate in questa sede. Ci si limita a osservare, in estrema (e, confidiamo, accettabile) sintesi, che i problemi che si pongono in relazione alla interpretazione dell’art 2464 c.c. risultano amplificati e dirompenti nel caso di specie. Tanto che gli stessi giudici concludono che non è dirimente l’idoneità delle criptovalute a costituire elemento dell’attivo patrimoniale di un s.r.l, bensì se esse possano risultare valorizzabili, di talchè ogni ragionamento sillogistico verrebbe reso inutile.

[4] Come autorevolmente affermato e ricostruito in S. Romano, Commento sub art. 2464 c.c., in A.A.Dolmetta-G.Presti (a cura di), “S.r.l. Commentario“, Giuffrè, 2011, “il requisito della suscettibilità di valutazione economica è ancora più sfuggente e problematico di quello di elemento dell’attivo patrimoniale”, e segue una disamina dei concetti assai convincente per quanto (non solo) qui rileva.

[5] Parliamo di “pianeta” con riferimento alla complessità delle criptocurrencies, nonché alla loro attuale estensione, poiché discorreremo a lungo circa l’evenienza che possano diventare mezzi alternativi e universali di regolazione degli scambi e di investimento. Manterremo lo scetticismo fino a quando i legislatori e le autorità monetarie e di vigilanza sui mercati non prenderanno quella posizione univoca che, come in altri casi, legati, ad esempio alla creazione di strumenti finanziari, consentirà di disciplinare a cascata tutte le fasi, precontrattuali e negoziali, di rapporti intersoggettivi aventi contenuto patrimoniale. Non è un caso che il collegio giudicante attribuisce “un carattere prima facie referenziale dell’elemento attivo conferito” (cfr. pag. 4, quarto cpv, del decreto in commento).

[6] Come ribadito sempre nel documento Criptocurrency and monetary policy, cit., pag. 13 e nello studio, di medesima fonte, dal titolo Virtual currencies in the Eurosystem: challenges ahead, del luglio di quest’anno.

[7] Per questo profilo, che non può all’evidenza costituire oggetto di approfondimento in questo scritto, rinviamo, su tutti, a R.Razzante-R.Mugavero (a cura di), Terrorismo e nuove tecnologie, Pacini editore, 2018, nonché al già citato Bitcoin e cripto valute, cap. 4.

[8] Si veda, ex multiis, L. Di Nardo, Titoli di credito, strumenti finanziari e mezzi di pagamento, in Lineamenti di diritto finanziario, a cura di R. Razzante, Pacini Giuridica, 2018.

[10] Per un commento, R. Razzante, Codice della normativa antiriciclaggio, Maggioli, 2018.

[11] Così S. Familiari, Profili giuridici, in Bitcoin e cripto valute, op.cit., cap. 2.

[12] In Diritto e Giustizia, 23 ottobre 2015.

[13] Così E.Razza, Profili fiscali del bitcoin, in Bitcoin e cripto valute, op. cit., cap. 3.

[14] In www.diritto bancario.it

[15] E. Dellarosa, I servizi di investimento, in Lineamenti di diritto finanziario, op. cit., cap. 7.

[16] Si veda, per una ricostruzione del punto tributario, E. Razza, cit.

[17] Da qui in poi, le considerazioni sono in uno con quelle di S. Familiari, in Bitcoin e cripto valute, cit., cap. 2.

[18] Anche se….quid iuris? Sul tema, CAPOGNA A., PERAINO L., PERUGI S., CECILI M., ZBOROWSKI G., RUFFO A., “Bitcoin: profili giuridici e comparatistica. Analisi e sviluppi futuri di un fenomeno in evoluzione”, in Diritto Mercato e tecnologia, n. 3-2015.

[19] E ripresi dal contributo al volume Bitcoin e criptovalute, a nostra cura.