ISSN 2784-9635

Criptovalute: nuove direttive per le banche dal Comitato di Basilea

Elisa Vernagallo - 25/06/2021

Il Comitato di Basilea si è recentemente pronunciato, tramite la pubblicazione di un documento di consultazione, al fine di ottenere, entro il 10 settembre 2021, pareri delle parti interessate circa una preliminare proposta sul trattamento prudenziale ad oggetto le criptovalute. Per intendere bene il focus dell’argomento, definiamo cosa siano le criptovalute: bene privato digitale che dipende anzitutto dalla crittografia e distributed legder (sistemi basati su un registro distribuito, ossia sistemi in cui tutti i nodi di una rete possiedono la stessa copia di un database che può essere letto e modificato in modo indipendente dai singoli nodi) o tecnologie simili. Tali sono classificati in due gruppi principali: il primo che include i c.d. tokenised asset tradizionali e i cryptoasset, che mirano a mantenere un valore stabile rispetto ad una precisa attività, altrimenti detti stablecoins; del secondo gruppo fanno invece parte i già noti bitcoin. Per capire di quale gruppo faccia parte una determinata criptovaluta si valutano alcune caratteristiche, che se valide concerneranno il primo gruppo, altrimenti si parlerà del secondo. In primis il crypotasset è un’attività tradizionale tokenizzata o possiede un meccanismo di stabilizzazione efficace in ogni momento del collegamento con il suo valore a un’attività tradizionale sottostante o a un pool di beni tradizionali; tutti i diritti, obblighi e interessi derivanti da accordi di criptovalute sono ben definiti e giuridicamente responsabili nelle giurisdizioni in cui la valuta è emessa o rimborsata; le funzioni delle criptovalute e della rete in cui operano sono progettate per ridurre sufficientemente e gestire ogni tipo di rischio materiale; infine i soggetti che eseguono rimborsi, trasferimenti o finalità di regolamento della criptovaluta sono regolati e sorvegliati.

Stando ai requisiti patrimoniali per il gruppo 1 dobbiamo fare un’ulteriore suddivisione: vi sono gli assets tradizionali tokenizzati, che usano una strada alternativa per la registrazione della proprietà di assets tradizionali, ossia meccanismi di registrazione della titolarità con crittografia DLT o tecnologie simili. La valutazione del rischio di credito e di mercato sarà dunque basata sugli stessi parametri validi per gli assets tradizionali di riferimento, tenendo tuttavia conto di alcuni specifici rischi (soprattutto di liquidità) che quelli tokenizzati possono avere rispetto ai primi; per quanto riguarda gli stablecoins , non essendo possibile disciplinare tutte le criptovalute potenzialmente rientranti in tale categoria, si seguono due casi: il primo in cui la banca possiede i diritti di riscatto nei confronti dell’emittente; il secondo in cui la banca non detiene tali diritti, sempre nei confronti dell’emittente, ma li ha indirettamente tramite altri titolari o è tenuta nei confronti di altri possessori che non hanno diritti verso l’emittente. Il relativo rischio di mercato e di credito sarà dunque calcolato sia come detenzione diretta dell’asset sottostante, sia come rapporto tra valore della criptovaluta detenuta per il rischio ponderato applicabile ad un prestito non garantito nei confronti dell’emittente, ma anche in funzione del rischio e dell’esposizione che la banca può avere verso altri titolari. Riguardo invece ai requisiti patrimoniali del gruppo 2 è prevista una copertura secondo il criterio del rischio ponderato del 1250% del valore maggiore tra le esposizioni tramite posizioni lunghe e corte, cui la banca è esposta. Sostanzialmente il capitale sarà sufficiente per assorbire una completa cancellazione delle esposizioni di criptovalute senza esporre depositanti e altri creditori senior delle banche per una perdita.

Restano invariati, per entrambi i gruppi, i requisiti normativi concernenti: il coefficiente di leva finanziaria, la grande esposizione, il coefficiente di liquidità.

Dati tutti questi elementi vi sono delle responsabilità in capo alle banche, che hanno esposizioni dirette o indirette a qualsiasi forma di criptovaluta e che sono quindi soggette al processo di revisione prudenziale previsto dal Comitato in questione. Le banche dovrebbero avere l’onere di stabilire politiche e procedure delineanti i processi utilizzati al fine di identificare e valutare i rischi specifici in seno alle criptovalute. Devono altresì informare le autorità di vigilanza in merito a dette procedure e politiche, ai risultati della valutazione e alle esposizioni o attività di criptovalute effettive o programmate. I rischi in cui possono incorrere le banche sono: rischi di natura operativa e informatica; rischi di stabilità della DLT alla base delle criptovalute detenute; rischi attribuibili al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo. Le responsabilità dei supervisori invece concernono la revisione dell’appropriatezza delle politiche e procedure bancarie per identificare e valutare i rischi non presi in considerazione dai requisiti patrimoniali minimi e l’adeguatezza dei loro risultati alla valutazione. Essi, inoltre, dovrebbero avere l’autorità di chiedere alle banche di porre rimedio ad eventuali carenze nella loro identificazione o nel processo di valutazione di tali rischi.

Infine, il Comitato menziona il terzo pilastro di Basilea i cui principi, relativi alla chiarezza, completezza, significatività, coerenza e comparazione delle informazioni, dovrebbero essere seguiti dagli obblighi di informativa per le esposizioni delle banche in riferimento ad attività crittografiche o correlate. In aggiunta alle informazioni di tipo quantitativo, le banche devono fornire anche quelle qualitative in modo tale da stabilire una panoramica delle attività della banca stessa in relazione alle criptovalute e ai relativi rischi.

 

Approfondimenti: Documento Comitato di Basilea