ISSN 2784-9635

I Paesi a basso rischio di riciclaggio sono davvero a basso rischio di riciclaggio?

Sabrina Familiari - 24/04/2020

In data 13 febbraio 2019, la Commissione Europea ha sottoposto all’attenzione del Consiglio dell’Unione Europea una nuova Black List prevedendo un elenco di 23 Paesi terzi, caratterizzati da notevole rilevanza economica e forti legami economici con l’UE, il cui quadro giuridico di lotta contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo presenta delle carenze strategiche (oltre ad essere considerati centri finanziari offshore dal Fondo Monetario Internazionale).

Sebbene per ogni Paese sia stato preso in considerazione il livello attuale di minaccia, il quadro giuridico vigente e i controlli posti in essere per prevenire i rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo nonché la concreta capacità di attuazione degli stessi, il Consiglio ha rigettato tale proposta perché assunta non nel rispetto di un processo di trasparenza, come è citato “(…) in particular on the basis that the act was not established in a sufficiently transparent way.”.

In fase di adeguata verifica del cliente, è proprio il professionista, o qualsiasi altro soggetto obbligato, a dover focalizzare la propria attenzione sulla localizzazione geografica del proprio cliente o delle cariche direttive dell’ente, o del titolare effettivo, per applicare fin da subito, laddove ubicato in un Paese ad alto rischio, le misure obbligatorie di adeguata verifica rafforzata previste dall’articolo 24 del Decreto Antiriciclaggio.

Se è vero che l’obiettivo perseguito dalla Commissione Europea nel prevedere tale elenco è quello di proteggere il sistema finanziario dell’UE dal rischio di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, è altrettanto importante considerare quanto accade in tutti quei Paesi non considerati ad alto rischio.

È giusto includere nella Black List l’Afghanistan o l’Etiopia o le Isole Vergini Britanniche ed escludere, per esempio, la Svizzera o l’Italia?

I fattori di basso rischio geografici previsti ai sensi dell’art. 23, comma 3, del Decreto Antiriciclaggio includono gli Stati membri e tutti quei Paesi terzi (…) dotati di efficaci sistemi di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo (…)” ovvero “(…) che fonti autorevoli e indipendenti valutano essere caratterizzati da un basso livello di corruzione o di permeabilità ad altre attività criminose.”.

Eppure alcuni casi di corruzione si sono verificati proprio in quei Paesi considerati a basso rischio: sebbene la Svizzera sia al quarto posto nella lotta contro la corruzione nel settore pubblico, non si può dimenticare lo scandalo Petrobras-Odebrecht o il caso del fondo di investimenti malese 1Malaysia Development Bank o il caso Nitrochem, esempi in cui le banche svizzere hanno avuto un ruolo centrale nel riciclaggio di denaro.

Rimanendo in tema corruzione, sebbene l’Europa si mantenga su livelli relativamente bassi, l’Indice di Percezione della Corruzione di Transparency International ha rilevato notevoli disparità nei livelli di corruzione da una nazione all’altra, collocando al primo posto Bulgaria, seguita a stretto giro da Grecia e Ungheria.

Sempre in Unione Europea, in un rapporto presentato al Congresso il 6 agosto 2018, l’isola di Cipro è stata accusata dal Sostituto Segretario al Tesoro statunitense Sigal Mandelker di riciclare capitali sospetti russi in cambio del rilascio di passaporti locali.

Considerando invece il riciclaggio di denaro,  nel 2019 la UIF ha ricevuto 105.789 segnalazioni di operazioni sospette e un quarto delle stesse si sono concentrate in Lombardia (25,2%, di cui solo Milano ha registrato n. 10.956 segnalazioni), in Lazio (11,3%), in Emilia-Romagna (9,8%) e in Veneto (8,5%), in virtù del fatto che le mafie di nuova generazione hanno scelto di insediarsi nei territori del centro-nord “per dare vita a un nuovo modo di operare, quello di ridurre la minimo la violenza e cavalcare la cultura e la logica degli affari” come sostiene il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo, Roberto Scarpinato.

Sebbene dall’Analisi nazionale sui rischi di riciclaggio e finanziamento del terrorismo (National Risk Assessment – NRA) emessa dal Comitato di sicurezza finanziaria, condotta sul periodo 2014-2018, si rilevi che i presidi antiriciclaggio adottati dall’Italia nel suo complesso sono in grado di rispondere ai rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, tuttavia la stessa Analisi ha precisato che “l’uso del contante si conferma ancora generalizzato e continua a presentare un fattore contestuale di rischio per il riciclaggio e l’evasione fiscale (…) Pertanto, in relazione al riciclaggio, tali criticità ampliano la minaccia che proventi di reato, ancorché in misura non specificamente definita, siano reinseriti nel circuito economico-finanziario domestico.”.

L’uso ancora molto diffuso del contante in Italia è concausa nella valutazione del rischio riciclaggio come “molto significativo”, ovvero nel gradino più alto della scala a 4 valori; diversamente il rischio di finanziamento del terrorismo (sia di matrice nazionale che internazionale) è stato considerato come “abbastanza significativo” posizionandosi in una scala di valore 3 su 4.

Parimenti, a livello comunitario, sulla base dell’Analisi nazionale dei rischi di riciclaggio di denaro e di finanziamento del terrorismo elaborata dal Comitato di sicurezza finanziaria e aggiornata al 2018, è emerso che nel 2016 i Paesi che hanno registrato un ammontare più significativo di transazioni in contanti sono prevalentemente i Paesi del Sud Europa, ma anche Germania, Austria e Slovenia, mentre i Paesi con la percentuale più alta di transazioni in contanti in termini di valore delle transazioni risultano essere Cipro, Malta, Grecia, Spagna e Austria.

Significativo rilevare anche l’abuso del canale dei Money Transfer in Italia al fine di trasferire, a titolo esemplificativo, ingenti somme di denaro derivanti dal fenomeno della sotto-fatturazione delle merci importate dal Paese asiatico per corrispondere ai fornitori cinesi la differenza tra il valore fatturato e quello reale dei beni scambiati.

Canale ben presto sostituito da un altro differente: infatti è stata scelta l’Ungheria come Paese dove importare i prodotti tessili di origine cinese per poi successivamente trasferire i prodotti e ingenti somme di denaro (stante quanto riportato dalla UIF oltre 120 milioni di euro nel biennio 2017-18) in altri Paesi europei. Tale artifizio è stato utilizzato da alcune società aventi sede principalmente nelle province di Prato e Roma a favore di imprese riconducibili a soggetti cinesi che, a loro volta, hanno inviato i fondi a società dell’Est asiatico.

Ed è grazie alla collaborazione tra le varie FIU estere che è emerso come il settore dell’oro sia interessato da fenomeni di natura corruttiva alla luce di anomali flussi finanziari di importo rilevante rinvenienti da vendite di oro da investimento.

Sempre per quanto riguarda le operazioni in oro, sono stati segnalati flussi finanziari verso operatori professionali ubicati in stati stranieri e partecipati o amministrati da cittadini italiani o da cittadini stranieri collegati all’Italia. Tali flussi finanziari sono stati considerati non proporzionali ai corrispettivi emersi dalle dichiarazioni oro che hanno fatto presupporre l’attuazione degli schemi comportamentali tipici delle cartiere al fine di emettere fatture di vendita a nome delle controparti italiane per “ripulire” la provenienza illecita dell’oro.

In conclusione, è certamente importante definire specifiche procedure di adeguata verifica che i soggetti obbligati siano tenuti ad applicare quando si tratta di operazioni che coinvolgano Paesi terzi ad alto rischio, ma non è forse altrettanto importante ampliare lo spettro delle casistiche rientranti nelle ipotesi tassative di adeguata verifica rafforzata?