ISSN 2784-9635

Il commento di Confindustria in merito all’estensione del Green Pass al lavoro privato, DL 21 settembre 2021, n. 127. Prime riflessioni a caldo.

Gloria Lazzaro - 29/09/2021

Il Decreto legge 127/2021 ha esteso l’obbligo del Green pass al mondo del lavoro, come in precedenza richiesto e auspicato da Confindustria quale presupposto fondamentale della tutela della salute pubblica e della ripresa economica.

L’art. 3 del Decreto legge 127/2021 inserisce l’art. 9-septies nel Dl 52/2021, che disciplina l’impiego delle certificazioni verdi COVID-19 nel settore privato.

Per effetto di tale disposizione, dal 15 ottobre al 31 dicembre, termine dello stato di emergenza, sono obbligati, per accedere al luogo nel quale svolgono l’attività lavorativa, ad avere ed esibire il green pass:

tutti i lavoratori del settore privato;

  • i soggetti che svolgono, a qualsiasi titolo, la propria attività lavorativa o di formazione o di volontariato nei luoghi di lavoro afferenti al settore privato, anche sulla base di contratti esterni, ivi compresi i lavoratori autonomi ed i collaboratori non dipendenti.

Dal punto di vista delle verifiche, il legislatore con il Decreto legge 127/2021 ha previsto la sussistenza dell’obbligo di verifica del possesso di green pass in capo al datore di lavoro dei dipendenti ed anche al datore di lavoro dei soggetti che svolgono, a qualsiasi titolo, la propria attività lavorativa o di formazione o di volontariato nei luoghi di cui al comma 1, anche sulla base di contratti esterni ed ai soggetti da questo formalmente individuati.

Quanto alle modalità operative per lorganizzazione delle verifiche, esse devono essere definite entro il 15 ottobre (quindi, prima dell’entrata in vigore della disposizione) dal datore di lavoro: la norma non fa alcun riferimento ad obblighi di informazione, comunicazione e, men che meno, di condivisione sindacale e prescinde totalmente dal Protocollo di sicurezza anti-COVID19 e dal Comitato previsto dall’art. 13 del Protocollo 14 marzo 2020.

Questo, ovviamente, non preclude la possibilità che le modalità organizzative vengano inserite nel Protocollo aziendale.

In merito alle modalità delle verifiche, esse potranno essere svolte:

• “anche a campione”;

prevedendo prioritariamente, ove possibile, che tali controlli siano effettuati al momento dell’accesso ai luoghi di lavoro: quindi potranno essere anche successivi all’ingresso e nel corso dell’attività lavorativa;

  • individuando con apposito atto formale i soggetti incaricati delle verifiche.

Per quanto attiene invece alle conseguenze operative della mancata presentazione del certificato, il decreto legge prevede che il lavoratore che comunichi di non possedere il green pass o che non possa fare ingresso in azienda per mancanza del certificato viene considerato assente ingiustificato fino alla sua presentazione in azienda con un documento valido.

Ciò impone al datore di datore di registrare e gestire l’assenza del lavoratore e il controllo del rientro con green pass valido.

Si ritiene che la comunicazione da parte del lavoratore del mancato possesso di green pass debba in ogni caso precedere l’ingresso in azienda, dal momento che, dopo lingresso in assenza di certificato, egli è già sanzionabile.

Il fatto che il datore di lavoro sia chiamato, a pena di sanzione amministrativa, a stabilire le modalità del controllo rende dunque necessario organizzare il controllo prevedendone formalmente le procedure e la documentazione per giustificare adeguatamente la comunicazione della violazione al Prefetto.

Questo impone di regolare adeguatamente e formalmente la procedura, gli strumenti adottati, i riferimenti all’identità dei soggetti controllati, la formalizzazione del soggetto addetto al controllo, la tracciatura formale della verifica negativa.

Infine, il Legislatore con il decreto in commento ha esplicitato la sussistenza dell’onere economico del tampone a carico del lavoratore.

La norma, prevedendo il divieto di accesso nel luogo di lavoro senza green pass valido, pone evidentemente a carico del soggetto obbligato l’onere economico dell’ esecuzione del tampone, posto quale requisito di legge per l’accesso al lavoro.

Particolarmente degno di nota è la volontà legislativa di chiarire la ratio alla base di tale incombenza in capo al lavoratore, infatti viene detto che qualora tale onere fosse assunto dall’azienda sarebbe incongruente con la scelta della vaccinazione quale strumento di precauzione e di natura sociale.

Prosegue il dettato legislativo sul punto citando la più recente giurisprudenza che, a tale proposito, ha precisato che, nell’ottica del legislatore, la presentazione del test in sostituzione del certificato comprovante l’avvenuta gratuita vaccinazione costituisce una facoltà rispettosa del diritto del ricorrente a non sottoporsi a vaccinazione ed è stata prevista nell’esclusivo interesse di quest’ultimo, e, conseguentemente, non appare irrazionale che il costo del tampone venga a gravare sul soggetto che voglia beneficiare di tale alternativa.