ISSN 2784-9635

Il dipendente privato e la tutela per licenziamento illegittimo

Nicole Maci - 02/02/2021

L’osservanza delle norme e divieti imposti per legge alle imprese e ai dipendenti, definita compliance, è essenziale per ogni azienda. Nel nostro ordinamento, questo principio è regolato da diverse norme, le quali prevedono il pagamento di una somma di denaro da parte dell’ente e, nei casi più gravi, condanne con una pena detentiva per i soggetti che ricoprono ruoli apicali, quando tali leggi vengano violate. Sono numerose le regole che un’azienda per essere compliant deve rispettare: privacy;tutela del consumatore; certificazioni di qualità e normative ISO; sicurezza informatica; normativa antiriciclaggio; legge anticorruzione; responsabilità degli enti e delle persone giuridiche ex D.lgs. 231/2001; tutela e sicurezza dei lavoratori.

A tale ultimo riguardo, nel settore privato, la legge che tutela il dipendente è la legge 20 maggio 1970, n. 300, recante “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, meglio nota come “Statuto dei lavoratori”.

L’art. 18 dello Statuto dei lavoratori venne successivamente modificato nel 2012 e nel 2015. Tale articolo sancisce la protezione del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo e ne ordina la reintegrazione nel posto di lavoro, di modo tale da evitare condotte ritorsive nei confronti del whistleblower.

Licenziamento nullo, inefficace o annullabile

Affinché un licenziamento possa essere giudicato nullo, inefficace o annullabile dal giudice, devono sussistere determinate condizioni. Il licenziamento è considerato nullo quando viene intimato per motivi discriminatori, di razza, opinioni politiche, religione oppure quando si verifica nei periodi di “non recedibilità” imposti per legge, come ad esempio in maternità. Il licenziamento è considerato discriminatorio in relazione a quanto disciplinato all’articolo 15 dello “Statuto dei Lavoratori” legge 300/1970. La Corte di Cassazione si è espressa con la sentenza n.29007 del 17 dicembre 2020 dichiarando nullo, il licenziamento di un lavoratore precedentemente reintegrato (a seguito di un licenziamento illegittimo), a causa di una riduzione del personale.

Secondo quando definito dal decreto legislativo del 4 marzo 2015 n.23, ovvero la Nuova Disciplina del Licenziamento, nel caso in cui venga dichiarata la nullità del licenziamento, il datore di lavoro è obbligato alla reintegrazione, mentre in caso di annullabilità il lavoratore ha diritto a un’indennità[1] netta, non assoggettata a contribuzione previdenziale.

Un licenziamento viene considerato annullabile quando manca una giusta causa o un motivo valido oggettivo o soggettivo ed è considerato valido solo nel caso in cui il lavoratore non impugni l’atto. Infine, il licenziamento è inefficace quando questo è avvenuto senza il rispetto della procedura o della forma prevista dalla legge. Nel caso in cui il giudice sancisca l’illegittimità del licenziamento, il datore di lavoro è tenuto a reintegrare il lavoratore nella medesima posizione, oltre a risarcirlo per il mancato guadagno, dal giorno del licenziamento a quello dell’effettivo reintegro.

Aliunde perceptum

L’ammontare del risarcimento del danno derivante dal licenziamento, disciplinato dall’ex art.18 legge n. 300/1970 deve essere decurtato della retribuzione percepita dal lavoratore, nel periodo successivo al licenziamento e precedente al reintegro, cosiddetto aliunde perceptum. L’aliunde perceptum, espressione che significa “percepito altrove” nel diritto del lavoro indica quindi i compensi che sono stati riscossi dal lavoratore licenziato da parte di terzi a fronte dello svolgimento di un’attività lavorativa in data successiva al suo licenziamento. L’onere della prova spetta al datore di lavoro, che oltre a dimostrare in giudizio la nuova occupazione del dipendente che chiede di essere reintegrato, dovrà dimostrare e chiedere di detrarre i compensi da lui percepiti. Per la prova dell’aliundeperceptum l’azienda può avvalersi di agenzie investigative specializzate. L’investigatore può avvalersi di documentazioni ufficiali e/o prove di reddito.

L’aliunde perceptum non deve essere confusa con l’aliunde percipiendum, ovvero la situazione in cui, un lavoratore dopo essere stato licenziato ingiustamente non usi l’ordinaria diligenza, quindi non si attivi in modo concreto per trovare un’altra occupazione.

Chi protegge il dipendente dopo la riassunzione?

Il dipendente è tutelato dal licenziamento ingiustificato, ma non gode di particolare protezione dopo la riassunzione, non sono presenti garanzie nei casi in cui si dovessero verificare episodi di trasferimento, demansionamento, mancata promozione o mobbing. Qualsiasi misura discriminatoria nei confronti del lavoratore è vietata, può essere denunciata all’ispettorato Nazionale del Lavoro e sancita dai commi 2-ter e 2-quater della normativa, l’onere della prova è a carico del datore.

[1] L’indennità va da un importo pari a due mensilità per ogni anno di servizio da un minimo di quattro ad un massimo di ventiquattro.