ISSN 2784-9635

Il “patteggiamento” dell’ente imputato ex D.Lgs. 231/2001 e l’illegittima applicazione delle sanzioni interdittive ultra petita

Alessandro Silverio - 04/05/2021

Nota a Cass. Pen., Sez. IV, 14 aprile 2021, n. 14696

 

Con la pronuncia in commento la Corte Suprema di Cassazione ha rimarcato il principio di diritto alla stregua del quale, in caso di sentenza emessa su richiesta delle parti nei confronti dell’ente collettivo imputato ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001, le sanzioni interdittive devono essere oggetto di un espresso accordo processuale tra le parti in ordine al tipo e alla durata delle stesse. Con il diretto corollario che le predette sanzioni non possono essere applicate automaticamente ope iudicis in violazione dell’accordo che rimane del tutto silente sul punto.

In ossequio a tale principio, la Corte regolatrice ha accolto, nel caso di specie, il ricorso presentato dall’amministratore unico di una società, imputata per l’illecito amministrativo ex art. 25-septies, comma 2, del Decreto in relazione al reato-presupposto di cui all’art. 590, comma 3, c.p., e, per l’effetto, ha annullato senza rinvio la sentenza di applicazione della pena emessa dal Tribunale di Padova, in virtù della quale erano state applicate, oltre alla sanzione pecuniaria concordata dalle parti, tutte le sanzioni interdittive contemplate dall’art. 9, comma 2, del citato Decreto, ancorché l’irrogazione delle stesse esorbitasse apertamente dall’accordo.

Avverso tale pronuncia aveva proposto ricorso l’amministratore della società imputata, censurando l’illegittimità della sentenza impugnata nella parte in cui aveva applicato cumulativamente le sanzioni interdittive nei confronti dell’ente, a fronte di un accordo processuale che contemplava la sola pena pecuniaria.

Nel dirimere la controversia sottoposta al suo vaglio, accogliendo le doglianze difensive, la Quarta Sezione Penale ha ritenuto di ancorarsi a un’opzione interpretativa da tempo cristallizzata in senso alla giurisprudenza di legittimità.

A ben vedere, già in un arresto del 2016 il Supremo Collegio aveva statuito che, nella sistematica della responsabilità da reato degli enti, le sanzioni interdittive costituiscono sanzioni “principali” e non già “accessorie”, con l’inequivocabile conseguenza che, in caso di sentenza emessa ai sensi del combinato disposto degli art. 63 D.Lgs. 231/2001 e art. 444 c.p.p., queste ultime devono essere oggetto di un espresso consensus tra le parti in ordine al tipo ed alla durata e che, per converso, le stesse non possono essere applicate dal Giudicante in violazione dell’accordo medesimo (Cass. Pen., Sez. III, 8 giugno 2016, n. 45472).

Assunto, questo, che vede riposto il suo ubi consistam su di un duplice ordine di argomentazioni, intimamente e logicamente connesse tra loro.

In primo luogo, si impone la granitica considerazione in ordine alla natura giuridica delle figure sanzionatorie regolate dall’art. 9, comma 2, del Decreto, le quali, secondo un giudizio pressoché unanime, concretano vere e proprie sanzioni principali.

Osserva, sul punto, la più recente sentenza in disamina che «Le natura di sanzioni “principali”, e non “accessorie”, delle sanzioni interdittive è, in particolare, desumibile dai contenuti della norma dell’art. 14 del d.lgs. n. 231 del 2001, che ne definisce le modalità di commisurazione e di scelta, richiamando il corrispondente art. 11 sulle sanzioni pecuniarie quanto all’individuazione dei criteri per la loro determinazione nel tipo e nella durata, tenendo conto dell’idoneità delle singole sanzioni a prevenire illeciti del tipo di  quello commesso.».

Del resto, non può sottacersi che tale approdo, in un’ottica sistematica, pare trovare conforto nella stessa volontà del legislatore del 2001, così come suggellata dalla Relazione ministeriale al Decreto, ove si lumeggia, da un lato, l’enucleazione di «un sistema essenzialmente binario, che prevede l’irrogazione di sanzioni pecuniarie e di sanzioni interdittive», da leggersi in uno con la precisazione che queste ultime «si applicano insieme alla sanzione pecuniaria»; dall’altro lato, viene enfatizzata la peculiare natura eminentemente afflittiva delle sanzioni interdittive, trattandosi «di sanzioni particolarmente invasive e temute che, proprio per questo, la legge delega impone di applicare solo nei casi più gravi. L’opportunità politico-criminale della loro previsione non può essere messa in discussione: la sanzione pecuniaria non deve infatti rappresentare l’unica arma da utilizzare contro la criminalità d’impresa, atteso che per quanto possa essere adeguata al patrimonio dell’ente, finirà comunque per essere annoverata tra i “rischi patrimoniali” inerenti alla gestione».

L’autonomia applicativa, contenustica e teleologica[1] di tale species sanzionatoria, che forgia l’arsenale congegnato dal Decreto 231 con un ruolo affatto ancillare rispetto alla pena pecuniaria[2], preclude, così, di poter ricondurre la stessa nel novero concettuale-positivo delle sanzioni accessorie.

Tale lettura collima, invero, con la tralatizia ricostruzione dogmatica delle pene accessorie regolate nel codice penale, nella prospettiva della quale sono da qualificarsi come accessorie le sanzioni che discendono ope legis dalla condanna a una determina pena principale, come effetti penali della condanna medesima (cfr. art. 20 c.p.), dovendosi riconoscere loro la dignità di derivazioni o meri riflessi del contenuto punitivo primario della pronuncia di condanna.

Assumendo, ordunque, la complementarità e l’accessorietà rispetto alla pena principale, l’automaticità applicativa e la indefettibilità come tratti ontologicamente tipizzanti le pene accessorie[3], non è revocabile in dubbio che le sanzioni interdittive di cui all’art. 9, comma 2, D.Lgs. cit. sono altro rispetto alla prima categoria e assurgono, invece, a vere e proprie pene principali.

Precipitato logico della qualificazione delle sanzioni interdittive come sanzioni principali è che, in caso di “patteggiamento” dell’ente collettivo, l’irrogazione delle misure in parola deve essere oggetto di un espresso accordo processuale tra le parti in ordine al tipo e alla durata e, in difetto di una tale intesa, al Giudice è preclusa ogni discrezionalità applicativa.

Ulteriore conferma di tale esegesi si ricava dalla lettura a contrario del consolidato principio in base al quale, nel procedimento di applicazione di pena su richiesta (pacificamente estensibile al corrispondente rito alternativo previsto dall’art. 63 del D.Lgs. cit.), le parti non possono vincolare il Giudice con un accordo avente ad oggetto anche le pene accessorie, le misure di sicurezza o la confisca, ponendosi le predette misure fuori dalla loro disponibilità; mentre, il Giudicante è e deve essere vincolato soltanto ai punti concordati riguardanti gli elementi nella disponibilità delle parti, id est il trattamento sanzionatorio “principale” (cfr., ex multis, Cass. Pen., Sez. II, 18 dicembre 2015, n. 1934[4])

Così opinando, la Corte regolatrice ha ribadito che l’applicazione delle sanzioni interdittive è consentita solo a margine di un espresso accordo intercorso tra le parti processuali, volto a stabilire preventivamente il tipo e la durata dalla sanzione da applicarsi in concreto.

Declinati tali luci princìpi al caso di specie, risulta, allora, patente «l’illegittimità della sentenza impugnata nella parte in cui ha applicato cumulativamente le sanzioni interdittive di cui al D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 9, comma 2, in quanto ultra petita, per averle disposte in violazione dell’accordo processuale raggiunto dalle parti, avente ad oggetto la sola sanzione pecuniaria. Il rapporto negoziale intercorso tra le parti preclude, infatti, al giudice di applicare una sanzione diversa da quella concordata, in quanto la modifica in peius del trattamento sanzionatorio, sia pure nei limiti della misura legale, altera i termini dell’accordo ed incide sul consenso prestato

Da ultimo, vale la pena porre l’accento sul secondo motivo di ricorso con il quale è stata censurata la scelta del Giudice di applicare in modo cumulativo le sanzioni previste dall’art. 9, comma 2, D.Lgs. n. 231/2001, in asserita violazione del combinato disposto degli artt. 11, 13 e 14 del D.Lgs. cit. che – secondo la tesi difensiva – escluderebbe ogni tipo di automatismo, subordinando la loro applicazione al ricorrere delle condizioni richieste dall’art. 13, lett. a) e b)[5] e ad una valutazione da effettuarsi in concreto sulla scorta dei criteri fissati dall’art. 11 per la commisurazione della sanzione pecuniaria, cui rinvia espressamente l’art. 14, comma 1, oltre che dell’idoneità della singola sanzione a prevenire illeciti del tipo di quello commesso. Con l’ulteriore caveat che il Giudice dovrebbe compiere (e adeguatamente motivare) una scelta tra le diverse possibili sanzioni interdittive, determinando il tipo e la durata della misura scelta, senza poter ricorrere ad una indiscriminata applicazione.

Nel far proprie le deduzione difensive, il Supremo Collegio ha stimato gravemente inficiata la sentenza impugnata nella parte in cui aveva disposto l’applicazione di tutte le sanzioni previste dall’art. 9, comma 2, D.Lgs. cit., in modo assertivo e senza alcun addentellato motivazionale a corredo.

In definitiva, si è ritenuto irrimediabilmente eluso da parte del Giudico di merito l’onere di «esplicare in base a quali criteri e nella ricorrenza di quali presupposti è stato ritenuto necessario disporre l’applicazione della sanzione – o anche di più sanzioni – ex D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 9, comma 2, altresì rappresentando le modalità attraverso cui si è pervenuti alla scelta del relativo tipo e della sua durata.».

[1] Riflesso della natura fortemente special-preventiva delle sanzioni interdittive. D’altronde, è la stessa Relazione ministeriale a puntualizzare che «Sul piano sistematico e politico-criminale, la disciplina predisposta per le sanzioni interdittive (v. artt.13 – 16) si connota in termini spiccatamente specialpreventivi. Nella piena consapevolezza delle conseguenze (pesantemente) negative che queste sanzioni proiettano sulla vita e l’attività dell’ente, si propone un modello sanzionatorio che ancora la minaccia a presupposti applicativi particolarmente rigorosi funzionali al conseguimento di utili risultati per la tutela dei beni tutelati, visto che si consente all’ente di attivarsi, attraverso condotte riparatorie, per evitare l’applicazione di queste sanzioni.». Cfr. L.D. CERQUA, Il trattamento sanzionatorio, in C. MONESI (a cura di), I Modelli Organizzativi ex D.Lgs. n. 231/2001, Milano, 2005, p. 223 e ss.

[2] In tema, C. PIERGALLINI, I reati presupposto della responsabilità dell’ente e l’apparato sanzionatorio, in G. LATTANZI (a cura di), Reati e responsabilità degli enti, II ed., Milano, 2010, p. 220. L’A., nello scandagliare il sistema sanzionatorio delineato dal Decreto 231, avverte che «L’assenza di una discriminazione classificatoria non solleva problemi di sorta: anzi, può ritenersi tutto sommato condivisibile, visto il ruolo strategico-operativo assegnato alle sanzioni interdittive, che rischierebbe di essere svilito se ricostruito in termini di mera accessorietà. Va, quindi, approvata la scelta di distinguere  le sanzioni soltanto sul piano contenustico: ciò ne emancipa il ruolo e il contenuto all’interno di un sistema in cui la sanzione pecuniaria non riveste una funzione assorbente». Si veda anche G. DE VERO, La responsabilità penaledelle persone giuridiche, in Trattato di diritto penale, diretto da G.GROSSO –T. PADOVANI – A. PAGLIARIO, Milano, 2008, p. 221 e ss.

[3] F. BRICOLA – V. ZAGREBELSKY, Codice Penale. Parte generale, vol. I, Torino, 1984, p. 141 e ss. Come ha arguito la più autorevole dottrina, il catalogo delle pene accessorie contenuto all’art. 19 c.p. non può affatto considerarsi un numerus clausus, a pena di dover affermare, diversamente opinando, l’illegittimità delle innumerevoli ipotesi di pena accessorie disciplinate sia nella parte speciale del codice (ad esempio, art. 544-sexies, art. 583-bis, comma 5, n. 2), sia nella legislazione speciale (si pensi all’art. 216, ultimo comma, R.D. 16 marzo 1942, n. 267); sicché, la disposizione soprarichiamata manifesta un carattere meramente esemplificativo e non già tassativo. Pertanto, le sanzioni non contemplate dall’art. 19 c.p., al fine delle loro configurabilità sub specie di pene accessorie, debbono essere valutate dall’interprete alla stregua dei connotati essenziali di complementarità e accessorietà rispetto alla pena principale, automaticità applicativa e indefettibilità, tenendo sempre a mente la loro portata afflittiva quale principio-guida. Risulta, al riguardo, chiarificatrice la lettura dei lavori preparatori del codice penale vigente, là dove il Guardasigilli ha osservato: «Ho invece, più opportunamente, ritenuto contrapposto al sistema delle pene principali il sistema delle pene accessorie che, pur conservando l’indubbio carattere di pene, dalla prime si distinguono per ciò che esse non sono inflitte dal giudice con la sentenza di condanna, ma conseguono di diritto alla condanna come effetti penale di essa, e presentano, quindi, la caratteristica di specie penali non solo complementari e accessorie, ma altresì conseguenziali delle pene principali» (Relazione al Re sul codice penale, n. 4).

[4] In senso parzialmente difforme si sono espresse di recente le Sezioni Unite, ammonendo che l’accordo delle parti può avere ad oggetto anche l’applicazione delle misure di sicurezza, nel qual caso il Giudice è tenuto a recepirlo integralmente nella sentenza ovvero a rigettare la richiesta (Cass. Pen., Sez. Unite, 26 settembre 2019, n. 21368).

[5] Per una 1. Le sanzioni interdittive si applicano in relazione ai reati per i quali sono espressamente previste, quando ricorre almeno una delle seguenti condizioni:

a) l’ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità e il reato è stato commesso da soggetti in posizione apicale ovvero da soggetti sottoposti all’altrui direzione quando, in questo caso, la commissione del reato è stata determinata o agevolata da gravi carenze organizzative;

b) in caso di reiterazione degli illeciti.