ISSN 2784-9635

Il professionista nella prevenzione del riciclaggio di denaro derivante da reati fiscali

Michela Rustignoli - 13/10/2020

Dall’analisi dei dati statistici rilasciati dalla UIF nel primo semestre 2020 emerge che frequentemente le attività richieste dal D.Lgs. 231/2007 e successive modifiche in tema di prevenzione all’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio e finanziamento del terrorismo vengono ancora vissute, nelle attività interne agli studi professionali, come una questione di contorno; infatti solo il 4,8% delle segnalazioni pervenute alla UIF hanno origine dalle categorie professionali, di cui quasi la totalità da parte dei notai mentre di piccolissimo impatto è l’apporto dei commercialisti, consulenti del lavoro, avvocati, società di revisione e revisori legali.

Occorre però tenere in considerazione che nel corso del tempo si è manifestata, da parte di coloro che riciclano proventi di attività illecite, la tendenza ad avvalersi di intermediari non soltanto appartenenti al sistema bancario e finanziario, ma anche di altri canali; così frequentemente anche i professionisti si possono trovare coinvolti in tali attività, soprattutto se si pensa che, come ormai appurato con la sentenza n. 6061 del 15 febbraio 2012 della Cassazione Penale, i reati fiscali possono costituire reato presupposto del riciclaggio e che, secondo quanto emerge dall’Analisi nazionale dei rischi di riciclaggio e finanziamento del terrorismo elaborata dal Comitato di Sicurezza Finanziaria per l’anno 2018, che stima che il 12% del PIL nazionale sia oggetto di riciclaggio, 86,4 miliardi di euro del sommerso derivano da evasione fiscale.

Certo è che diversi rimangono i problemi legati alla configurazione dei reati tributari come reati presupposto, legati ad esempio alla dimostrazione che proprio quel denaro proviene da delitto tributario o quando occorre provare l’elemento soggettivo di colui che ha riciclato; non è infatti sufficiente dimostrare l’accettazione del rischio ma si deve dimostrare la consapevolezza del riciclatore rispetto alla provenienza delittuosa della res.

Ma è altrettanto chiaro come i professionisti possono trovarsi coinvolti in attività di riciclaggio, soprattutto se si pensa alla definizione amministrativa della fattispecie delittuosa che stabilisce, all’art. 2, comma 4, lettera d) del D.Lgs. 231/2007 e successive modifiche, che costituisce riciclaggio anche la semplice agevolazione nell’esecuzione di tale attività, e questo può verificarsi semplicemente qualora il soggetto obbligato non esegua la segnalazione di operazione sospetta a fronte di elementi che determinino quantomeno il sospetto che sia in corso o sia stata compiuta o tentata un’operazione di riciclaggio.

I professionisti, chiamati quindi ad assumere un ruolo sociale attraverso il D.Lgs. 231/2007 e successive modifiche devono infatti individuare le fattispecie di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo di cui vengono a conoscenza nell’esercizio delle proprie funzioni effettuando un’attività conoscitiva del cliente e della prestazione tramite l’adeguata verifica della clientela e attivando le indagini necessarie da parte delle autorità competenti tramite la segnalazione di operazione sospetta; attività che dovrebbero essere svolte non tanto per evitare le sanzioni ma per raggiungere le specifiche finalità insite nel decreto stesso.

Diverse sono le problematiche che però non consentono oggi alla normativa in esame di trovare un’ampia e adeguata applicazione, tra le più importanti si può citare la mancanza di un’adeguata forma mentis alla disciplina; manca per certi versi l’acquisizione dei parametri richiesti dalla norma stessa e troppo spesso l’antiriciclaggio non viene percepito dai professionisti nella giusta maniera.

In un anno come questo poi, interessato ancor più da una forte crisi economica a causa dell’emergenza epidemiologica causata da Covid-19 l’attenzione dovrebbe essere ancora maggiore. Il rischio di infiltrazione criminale, infatti, diviene più elevato; tali soggetti, approfittando della carenza di liquidità di molte imprese, potrebbero entrare nel mercato legale costruendo nuove attività nel settore sanitario, nelle forniture di materiale di prima necessità e mediante l’acquisizione di imprese o partecipazioni al capitale di aziende in crisi.

Certo è che chiedere ai professionisti di far convivere il segreto professionale da un lato, con l’obbligo di segnalare le operazioni sospette senza informare il cliente dall’altro, è una cosa molto difficile, ma è chiaro come il rapporto tra professionista e cliente, in questo ambito, deve essere surclassato da più impellenti esigenze di controllo e repressione della devianza criminale. Affinché si possano ottenere risultati più incisivi, è necessario che il comparto normativo sia sostenuto e incentivato da una forte collaborazione attiva: si ricordi che la lotta al riciclaggio di denaro è un’iniziativa indispensabile a livello mondiale, in quanto è fondamentale per garantire un sistema economico basato sulla legalità e la trasparenza delle istituzioni, della comunità civile e di tutti i suoi membri.