Italia a un bivio tra Cina e UE? La posta in gioco è alta: l’Occidente come lo conosciamo. L’editoriale del Prof. Razzante per Agricolae.eu

Ranieri Razzante - 23/04/2020

Gli attacchi politici e le schermaglie tra intelligence sono iniziati, come prevedibile, tra Usa e Cina. Ieri le agenzie hanno battuto le notizie del New York Times, tutte da verificare (e non spetta certo a chi scrive), di diffusione di false informazioni, accuse di spionaggio, addirittura comportamenti dolosi pre-pandemici.

Ma in Italia, mentre si naviga a vista, dobbiamo rammentare forse lo scenario che questo momento storico consegna ai nostri occhi, ed alle ponderate riflessioni. Senza indulgere, giammai, a tentazioni complottistiche o partigiane che gli studiosi, quantomeno a mio avviso, non dovrebbero mai avere.

Tutti ricordiamo che nel 2013 il Governo cinese ha adottato quella strategia di sviluppo globale nota con l’acronimo “BRI”, ovvero “Belt and Road Initiative”, che prevede sviluppo delle infrastrutture e investimenti in circa 70 paesi e organizzazioni internazionali in Asia, Europa e Africa. Questa strategia prevede anche una parte più strettamente “economica” nonchè, diciamo così, culturale, laddove si legge nero su bianco che toccherà Istituzioni finanziarie e di ricerca: la “Asian Infrastructure Investment Bank” (AIIB), il “Fondo della Via della Seta”, la “Alleanza delle Università della Via della Seta”, etc…

Questa iniziativa, ovviamente, non è scampata ad accuse di varia natura e gravità. Quella più pesante è stata di neocolonialismo. Tale accusa è basata su una pratica cinese per finanziare i progetti infrastrutturali che va sotto il nome di “Debt-trap diplomacy”. Questa espressione, in sintesi, si riferisce al fatto che la Cina, intenzionalmente, estenderebbe credito eccessivo ad un paese già debitore allo scopo di ottenere concessioni politiche ed economiche da tale paese.

Nel marzo 2019, l’Italia diventa membro ufficiale della “Belt and Road Initiative”, anzi è il primo paese del G-7 ad unirsi alla piattaforma.

Già dal 2019, quindi, l’Italia costituisce uno dei più importanti paesi per gli interessi geoeconomici della Cina in Europa. Questo perché l’Italia è fonte di risorse strategiche nelle industrie avanzate e tradizionali, nei marchi e le tecnologie riconosciute a livello globale, ma soprattutto occupa una posizione geografica vitale all’interno della “Via della Seta marittima del XXI secolo”, che è parte integrante del più ampio progetto della “Belt and Road Initiative”.

Poter accedere alle infrastrutture portuali italiane è una manna per la Cina (ma per chiunque!), poiché essa cerca da tempo di allargare le sue rotte commerciali dal Mediterraneo al nord Europa.

Con l’inclusione dell’Italia nella BRI, la Cina è diventata la terza maggiore economia in Europa con il 15% del PIL dell’Eurozona, traguardo importante e simbolico per le ambizioni cinesi in Europa e nel mondo.

Il progetto BRI, siglato tra Roma e Pechino, riguarda 50 accordi in aree economiche, culturali e infrastrutturali. Tuttavia, l’attesa propulsione economica non si è ancora realizzata, mentre l’avvicinamento a Pechino ha suscitato non poche critiche da parte dell’UE e degli USA, oltre che un dibattito interno.

Dai primi anni del 2000, il commercio tra Italia e Cina è passato da 9,6 miliardi di dollari nel 2001 a 49,9 miliardi nel 2019, ovvero si è quintuplicato. Comunque, il deficit commerciale italiano aumenta sempre, raggiungendo i 20,9 miliardi di dollari nel 2019 e le esportazioni in Cina sono diminuite del 6,1% nel 2019.

Gli investimenti diretti esteri cinesi, invece, si sono inoltrati verso l’Europa, avendo l’Italia tra i primi destinatari, dopo Gran Bretagna e Germania.

Tra gli investimenti più importanti c’è stata l’acquisizione del 17% di Pirelli.

Inoltre gli investitori cinesi, tramite la Banca popolare cinese, hanno acquistato azioni per oltre 4 miliardi di dollari in “Intesa Sanpaolo”, “Unicredit”, “Eni”, “Enel”, “Telecom Italia”, “Generali” etc….

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