La configurabilità del reato di autoriciclaggio a seguito di una falsità in Voluntary Disclosure

Giulia Alecce - 30/03/2021

La Collaborazione Volontaria (cd. Voluntary Disclosure), introdotta con la L. n. 186/2014, è una procedura con cui il contribuente, autodenunciandosi, dichiara al fisco “attività finanziarie e patrimoniali costituite o detenute fuori dal territorio dello Stato”, non indicate nella dichiarazione (cd. nero transfrontaliero), ovvero redditi occultati in Italia (cd. nero domestico). Gli effetti della relativa autodenuncia sono molteplici e possono essere così sintetizzati: in primis la regolarizzazione della propria situazione patrimoniale e reddituale, in secondo luogo l’integrale corresponsione delle imposte e degli interessi relativi ai redditi non dichiarati e la contestuale riduzione delle sanzioni amministrative applicabili. Vi è di più. In virtù dell’autodenuncia è possibile non essere puniti per i reati di cui agli artt. 648 bis, 648 ter, 648 ter 1 c.p., oltre che per i reati di omessa o infedele dichiarazione, di dichiarazione fraudolenta con fatture false o altri artifici, di omesso versamento di ritenute certificate, ovvero di omesso versamento IVA. Ove la dichiarazione sia infedele, l’Agenzia delle Entrate esercita nuovamente il suo autonomo potere di accertamento con la revoca ex tunc dei suddetti benefici. Pertanto, la procedura di Voluntary Disclosure ha, come effetto principale, quello di far emergere “il nero”, su cui il contribuente deve corrispondere le imposte e gli interessi che avrebbe dovuto pagare, oltre le sanzioni in misura ridotta. È ovvio, poi, che i beni occultati, una volta dichiarati, entrino nella piena disponibilità del contribuente/proprietario, in quanto la procedura di Collaborazione Volontaria non produce alcun effetto di “cristallizzazione” o “incommerciabilità” dei medesimi. L’unico effetto previsto dalla legge è quello per cui il contribuente deve pagare, come visto, le imposte evase, gli interessi e, in misura ridotta, le sanzioni in cui sarebbe incorso ove l’Amministrazione Finanziaria avesse effettuato nei suoi confronti un autonomo accertamento. Per completezza, si rammenta che la procedura di Collaborazione Volontaria non trova applicazione nel caso in cui il contribuente avanzi richiesta solo dopo aver avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, o verifiche da parte dell’Amministrazione Finanziaria, al fine di svolgere accertamenti circa la violazione di norme tributarie.

Premesso ciò, occorre soffermarsi sulla configurazione del reato di autoriciclaggio, ai sensi dell’art. 648 ter 1 c.p.. Gli elementi costitutivi del reato sono la commissione di un delitto non colposo, la presenza di un provento economicamente apprezzabile derivante dal suddetto delitto, il fatto che il medesimo provento sia stato reinvestito in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative e che l’operazione di reinvestimento abbia costituito un ostacolo all’identificazione della provenienza delittuosa del provento de reato presupposto.

La prima questione, risolta dalla Suprema Corte mediante la pronuncia n. 30401 del 2018, atteneva alla possibile configurabilità, in qualità di reato presupposto dell’autoriciclaggio, di un reato tributario. Orbene, la Corte di Cassazione ha pienamente ammesso tale identificabilità, poiché il quantum di imposta evasa rappresenta il profitto del reato presupposto. Come affermato, “il provento del delitto presupposto può consistere non solo in un incremento del patrimonio ma anche in un risparmio (omesso pagamento delle imposte dovute) in quanto, comunque, il patrimonio dell’agente ne riceve un vantaggio economicamente apprezzabile”.

Il medesimo quesito va posto in merito ai reati di falso. I giudici di legittimità (sentenza nr. 30401/2018) hanno affermato che questi ultimi possono essere configurati quali delitti presupposto ogniqualvolta derivi, dalla consumazione degli stessi, un provento di natura patrimoniale, come effetto diretto. Difatti, se dalla realizzazione del reato di falso non deriva alcun provento, non è configurabile il reato di autoriciclaggio.

La Suprema Corte, mediante la pronuncia n. 14101 del 2019, torna sull’argomento, compiendo un passo ulteriore. Invero, non è configurabile il reato di autoriciclaggio nel caso in cui il contribuente ha dichiarato il falso nella Voluntary Disclosure regolarizzando, in seguito, beni che in realtà non erano localizzati all’estero, ma si trovavano già nel pieno possesso dello stesso. I giudici di legittimità affermano sul punto che “il falso non può aver generato, come provento, quegli stessi beni che erano già presenti nel patrimonio del contribuente e che erano stati dichiarati, sebbene falsamente, come collocati all’estero”. Viene a mancare, cioè, uno dei requisiti essenziali per la sussistenza del delitto di autoriciclaggio ovvero il reimpiego di beni provenienti da un delitto commesso dalla medesima persona. Le conclusioni ermeneutiche raggiunte dalla Suprema Corte sono sostanzialmente condivisibili. Partendo dalla considerazione che il provento del reato presupposto può consistere non solo in un incremento diretto del patrimonio, ma, altresì, in un risparmio economico, suscettibile, allo stesso modo, di produrre un vantaggio apprezzabile da un punto di vista patrimoniale, il sopra menzionato reato di falso non ha prodotto altro effetto che quello di denunciare beni fino a quel momento occultati e dunque di regolarizzare la loro posizione nei riguardi del Fisco. Difatti, qualora mancasse un evidente provento economico da reimpiegare, quale risultato della commissione del reato presupposto, il delitto di autoriciclaggio non potrebbe ritenersi compiutamente configurato. In merito, appare opportuno rammentare che il delitto di autoriciclaggio sia stato valutato da molti studiosi come norma che “completa il quadro delle misure di contrasto all’inquinamento del mercato nel tentativo di realizzare l’obiettivo – che con tale fattispecie incriminatrice ci si propone a livello internazionale – di alzare il firewall fra mercato legale e capitali criminali[1]”.

Oltretutto la Suprema Corte[2] compie una analisi circa la mancata identificazione criminosa di tali beni o altre utilità, “vettore del contenuto di offensività più pregnante della norma[3]. Nel caso de quo, i giudici di legittimità hanno ritenuto, che le complesse modalità di vendita, aventi ad oggetto opere d’arte, non sono altro che la rappresentazione di una condotta che ha come obiettivo quello di sottrarre beni alla pretesa risarcitoria dello Stato, trasmettendone la proprietà a terzi acquirenti. Tale situazione è ampiamente punibile secondo le norme civili e penali, senza però dover “disturbare” la fattispecie di cui all’art. 648 ter 1 c.p., il quale si contraddistingue per la sua particolare insidiosità, insita proprio nella difficoltà di accertare il reato presupposto, nonché per la sua capacità di consentire l’ingresso nel mercato economico-finanziario di capitali di provenienza illecita, suscettivi di alterare le condizioni di parità fra gli operatori.

In conclusione, ai fini dell’integrazione dell’illecito di cui all’art. 648 ter 1 c.p., è necessario che la condotta sia dotata di particolare capacità dissimulatoria; sia cioè idonea a provare che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto attuare un impegno finalizzato a occultare l’origine illecita del denaro ovvero dei beni oggetto del profitto. Pertanto, rilevano penalmente quelle condotte finalizzate a conseguire un concreto effetto dissimulatorio che sostanzia il quid pluris che permette di differenziare le condotte di mero godimento personale, da quelle di occultamento del profitto illecito.

[1] Rampioni, Diritto penale dell’economia, Giappichelli Editore, 2016.

[2] Cass. Pen. 01 marzo 2019, nr. 14101.

[3] Cass. Pen., 02 aprile 2007, n. 15092.