ISSN 2784-9635

La Corte di Assise di Appello di Palermo riscrive la Trattativa Stato-mafia

Anna Bruna Barbera - 20/10/2021
Il 23 settembre del 2021 la Corte di Assise di Appello di Palermo, presieduta dal Dott. Angelo Pellino, smonta e riscrive anni di udienze ed inchieste inerenti alle Trattative Stato-mafia del 1992, riformando parzialmente la sentenza del 20 aprile del 2018.

Preliminarmente, occorre osservare che i principi della questione sono in realtà ancora più risalenti, avendo avuto origine nel 1997, quando l’ex senatore dell’Utri diventava il protagonista di un processo riguardante i suoi rapporti con Cosa Nostra, intercorsi tra il 1974 e il 1992. Dopo anni di processi, nel 2014, la questione, giunta innanzi alla Corte di Cassazione, si concludeva con la condanna di Dell’Utri a sette anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

La vicenda prende nuova vita – definendosi con la sentenza de qua – nel 2013 quando, a Palermo, inizia un lungo ed intricato processo avente ad oggetto la presunta Trattativa Stato-mafia intavolata, dal 1992 in poi, dai boss mafiosi, tre alti ufficiali dei Carabinieri e il fondatore di Forza Italia Dell’Utri. Il capo di imputazione è minaccia a corpo politico dello Stato di cui all’art. 388 del Codice penale.

Il tutto sarebbe iniziato all’indomani dell’uccisione dell’eurodeputato Salvo Lima nel 1992 e si sarebbe sviluppata tra l’attentato a Giovanni Falcone e la strage in cui morì Paolo Borsellino. In tale contesto, i carabinieri del Ros, Mori e De Donno, avrebbero iniziato gli incontri con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino e con Dell’Utri nel ruolo di “tessitore politico” della trattativa. Da questo momento, secondo la Procura di Palermo, avrebbe avuto origine la negoziazione tra lo Stato italiano e la mafia.

Il 20 aprile del 2018 la Corte d’Assise di Palermo rigetta la richiesta della difesa, non ravvisando la violazione del principio del “ne bis in idem”, sostenuta dagli avvocati di Dell’Utri, affermando che tra i sopra menzionati processi non esistesse medesimezza dei fatti.

Pertanto, i giudici di merito condannano l’ex senatore a dodici anni di reclusione per essere stato la “cinghia di trasmissione” della trattativa introdotta dai mafiosi di Cosa Nostra nei confronti del Governo Berlusconi; condannano, altresì, a ventotto anni di carcere il boss Leoluca Bagarella, a dodici anni gli ex carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni, nonché Antonino Cinà, medico e fedelissimo di Totò Riina; da ultimo, vengono condannati ad otto anni di reclusione l’ex capitano dei Carabinieri Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino, figlio di Vito, poi stralciato e prescritto.

Il 23 settembre del 2021, il finale di questa vicenda giudiziaria riguardante il dialogo segreto tra Stato e mafia è stato completamente riscritto dalla Corte d’Assise d’appello di Palermo. Quest’ultima, con la sua sentenza, accoglie la tesi degli ex ufficiali che da sempre riconoscono di aver intrattenuto un dialogo segreto con l’ex sindaco mafioso Ciancimino, ma in funzione di un’attività investigativa atta a fermare le stragi e a catturare Totò Riina.

Pertanto, gli ex ufficiali vengono assolti perché il fatto non costituisce reato. In altri termini, la trattativa tra l’Arma dei Carabinieri e l’associazione mafiosa di Cosa Nostra, attivata tramite Vito Ciancimino al tempo delle stragi di Capaci e via D’Amelio, fu dunque legittima, non sussistendo né il dolo né la volontà da parte degli ex ufficiali Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno di consolidare il ricatto mafioso alle Istituzioni italiane.

Contrariamente, l’ex senatore di Forza Italia viene riconosciuto estraneo alla vicenda e assolto per non aver commesso il fatto, non avendo mai veicolato alcuna minaccia al governo Berlusconi del 1994 che, al contrario, è stata ritenuta solo tentata.

In particolare, la sentenza dispone in questi termini: “In parziale riforma della sentenza emessa dalla Corte di assise di Palermo in data 20 aprile 2018 […] assolve De Donno Giuseppe, Mori Mario e Subranni Antonio dalla residua imputazione a loro ascritta per il reato di cui al capo A, perché il fatto non costituisce reato. Dichiara il non doversi procedere nei riguardi di Bagarella Leoluca Biagio, per il reato di cui al capo A, limitatamente alle condotte commesse in pregiudizio del governo presieduto da Silvio Berlusconi, previa riqualificazione del fatto… come tentata minaccia pluriaggravata a corpo politico dello stato, per essere il reato così riqualificato estinto per intervenuta prescrizione. E per l’effetto ridetermina la pena nei riguardi di Bagarella in anni 27 di reclusione. Assolve Dell’Utri Marcello dalla residua imputazione per il reato di cui al capo A, come sopra riqualificato, per non avere commesso il fatto e dichiara cessata l’efficacia della misura cautelare del divieto di espatrio già applicata nei suoi riguardi”.

In definitiva, la sentenza conferma l’effettivo svolgimento di una trattativa nella quale la mafia minacciava lo Stato, usando come intermediari gli uomini delle Istituzioni. Tuttavia, per quanto emerge dal dispositivo, la Corte di Assise di appello di Palermo, assolvendo i carabinieri e l’ex senatore, cambiano la prospettiva con la quale è stata interpretata tale negoziazione. Ebbene, sarà necessario attendere le motivazioni, che saranno rese note a breve, per comprendere come si è arrivati ad un tale stravolgimento.