ISSN 2784-9635

La Corte di Cassazione afferma che il consenso silente dimostra il contributo all’organizzazione criminale mafiosa. A proposito della sentenza 5 ottobre 2021, n. 40274, dep. l’8 novembre 2021

Dott.ssa Federica Colazzo - 06/01/2022

«La strage di Via d’Amelio rappresenta indubbiamente un tragico delitto di mafia, dovuto ad una ben precisa strategia del terrore adottata da Cosa Nostra, in quanto stretta dalla paura e da fondati timori per la sua sopravvivenza a causa della risposta giudiziaria data dallo Stato attraverso il maxi-processo, potendo le emergenze probatorie relative a quelle “zone d’ombra” (…) indurre a ritenere che possano esservi stati anche altri soggetti, o gruppi di potere, interessati alla eliminazione del magistrato e degli uomini della scorta».

Questo uno dei passaggi della sentenza 5 ottobre 2021, n. 40274 – depositata l’8 novembre 2021- della V Sezione penale della Corte di Cassazione che, a distanza di trent’anni dalla vicenda fattuale, ha esaminato i ricorsi relativi al processo noto come Borsellino-quater, ennesima trattazione della complessa vicenda giudiziaria relativa alla strage di Via d’Amelio del 19 luglio 1992.

In particolare, è stata posta all’attenzione dei giudici di legittimità l’eterogeneità delle imputazioni ascritte ai ricorrenti, atteso che talune si riferivano, per l’appunto, alla strage de qua, mentre altre afferivano agli inquinamenti probatori che, nei risalenti processi, condussero a plurime condanne di innocenti. La Suprema Corte, durante la trattazione dei ricorsi, ha posto l’attenzione sulla rilevanza del consenso tacito, quale comportamento sintomatico e non equivoco dell’appartenenza alla cosca mafiosa.

Ebbene, la Corte di assise di appello aveva provveduto alla ricostruzione dei seri e concreti propositi di omicidio del giudice Borsellino, maturati da Cosa Nostra fin dagli anni Ottanta, e si era soffermata sugli esiti del processo Borsellino-ter. Quest’ultimo aveva individuato nella c.d. riunione degli auguri, svoltasi nel periodo di Natale 1991, il momento deliberativo della strategia stragista, delineata in relazione al previsto, e poi verificatosi, esito infausto, per la stessa organizzazione criminale, del maxiprocesso.

Invero, la riunione di cui trattasi fu l’occasione per organizzare non una mera esecuzione bensì un più ambizioso progetto criminale che avrebbe condotto ad una serie ripetuta di cc.dd. morti eccellenti in un arco temporale limitato, con l’intento di sferrare un attacco terroristico al cuore dello Stato, così da metterlo in ginocchio.

Con particolare riferimento al ricorrente Salvatore Madonia, questi deduceva che la decisione omicidiaria fosse, già da anni, maturata da Cosa Nostra nei confronti dei giudici Falcone e Borsellino, quindi prima della c.d. riunione degli auguri a cui partecipò in sostituzione di suo padre. La Corte di Cassazione ha ritenuto che non meritassero accoglimento le censure, posto che non appariva minimamente inficiato il ragionamento attraverso cui le conformi pronunce di merito hanno ritenuto la natura deliberativa della riunione citata e l’integrazione della fattispecie concorsuale in capo all’imputato Madonia che ad essa partecipò contribuendo al «consenso al silenzio».

La responsabilità di Salvatore Madonia si pone come responsabilità concorrente rispetto a quella del padre, Francesco Madonia, deceduto nelle more del giudizio: come evidenziato nella sentenza di primo grado, padre e figlio si trovavano in una analoga posizione, posto che rappresentante e reggente del mandamento concorrono nell’attività deliberativa dei delitti che rientrano nella competenza della Commissione provinciale di Cosa Nostra, uno per condivisione e l’altro per assunzione diretta di responsabilità, data dal consenso espresso durante la riunione deliberativa: il giudizio di colpevolezza nei confronti di Salvatore Madonia è fondato proprio sulla sua partecipazione alla riunione deliberativa di morte e dall’aver espresso un tacito consenso.

I giudici di legittimità si sono orientati graniticamente[1] nel senso di ritenere che la prova del concreto coinvolgimento in un reato fine dell’associazione è prospettabile, nella logica dell’oltre ogni ragionevole dubbio, solo quando si risolva:

  • nell’inferenza necessaria del coinvolgimento di un determinato soggetto;
  • nella sostanziale inconcepibilità che l’accadimento considerato si verificasse in assenza di un coinvolgimento;
  • sempre che l’inferenza si spinga fino alla determinazione dello specifico contributo causale attribuito al partecipe.

È possibile configurare il concorso morale nel delitto di omicidio nei confronti dell’appartenenza all’organismo di vertici di un’associazione criminale mafiosa, del soggetto che presta tacitamente il proprio consenso in merito all’esecuzione dello specifico delitto, mantenendo un comportamento silente nel corso di una riunione, in quanto la sola presenza e il solo implicito assenso del capo sono idonei a costituire condizione per la realizzazione del crimine o comunque a rafforzare significativamente il relativo proposito[2].

Pertanto, la Suprema Corte ha affermato che la sola appartenenza all’organismo centrale di un’organizzazione criminale di stampo mafioso (nella specie Cosa Nostra), investita del potere di deliberare in ordine alla commissione dei c.d. omicidi eccellenti, pur costituendo un indizio rilevante, non ha, tuttavia, valenza dimostrativa univoca circa il contributo di ciascuno dei suoi componenti alla realizzazione del reato-fine, essendo necessario che i singoli componenti, informati in ordine alla delibera da assumere, prestino il proprio consenso, anche tacito, fornendo così il loro contributo allo specifico reato.

[1] Cfr. Cass., sez. VI, 17 settembre 2009, n. 8929; Cass., sez. V, 24 giugno 2019, n. 390.

[2] In questo senso, si veda, Cass., sez. I, 26 febbraio 2015, n. 19778.

Si allega di seguito il testo integrale della sentenza 5 ottobre 2021, n. 40274 – depositata l’8 novembre 2021 – della V sezione penale della Corte di Cassazione: Corte di Cassazione, n. 40274/2021