La tutela delle vittime del terrorismo nelle fonti internazionali e nell’ordinamento italiano

Andrea Mattarella - 13/11/2020

[1]Come dimostra l’aumento esponenziale degli attacchi nel cuore dell’Europa, oltre che in altre regioni del mondo, il terrorismo è uno dei mali della società contemporanea, caratterizzata dalla radicalizzazione dei conflitti e dagli estremismi religiosi e ideologici; di fronte a questo, è necessario che il diritto sia strumento di pace e di protezione delle persone minacciate ogni giorno da aspiranti attentatori.

Se è vero che in passato queste ultime sono state dimenticate, tuttavia la comunità internazionale ha concentrato i suoi sforzi portando all’adozione di misure efficaci volte sia al perseguimento dei crimini che  al sostegno alle vittime.

Il termine “terrorismo” si riferisce in generale agli atti violenti volti ad instaurare un clima di terrore nella società e nelle istituzioni per finalità politiche o religiose. In molti paesi, i codici penali o la legislazione speciale contengono disposizioni che definiscono le vittime di reato.

Il tema in esame si collega alla progressiva “umanizzazione” del diritto sanzionatorio, che si è manifestata sotto due profili: da un lato, la pena deve tendere alla rieducazione del condannato e non può consistere in trattamenti inumani e degradanti; dall’altro lato, non è sufficiente reprimere e sanzionare i colpevoli, ma occorre assistere e proteggere, ante e post delictum, le persone offese dai crimini.  Si analizzeranno, pertanto, i principi posti a livello internazionale a tutela delle vittime del terrorismo e di gravi crimini, per poi focalizzare l’attenzione sulla normativa italiana.

Tanto premesso, un primo punto di riferimento per le legislazioni nazionali è costituito dai principi enunciati nella Dichiarazione dei Principi di giustizia per le vittime di reati e abuso di potere, che, al paragrafo 1, definisce il termine “vittime” come “persone che, individualmente o collettivamente, hanno sofferto danni fisici o mentali, perdita economica o violazione dei loro diritti fondamentali, attraverso azioni od omissioni costituenti reato secondo le leggi nazionali”.[2]

Un’ulteriore definizione del termine “vittima” può essere trovata nel paragrafo operativo 8 dei Principi fondamentali e delle linee guida sul diritto a un ricorso e riparazione di Vittime di gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e gravi violazioni di diritto internazionale umanitario, allegato alla risoluzione della Commissione sui diritti umani 2005/35: ai fini del presente documento, le vittime sono persone che individualmente o collettivamente hanno subito lesioni fisiche o mentali, sofferenza emotiva, perdita economica o violazione sostanziale dei loro diritti fondamentali, attraverso atti o omissioni che costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Il termine “vittima” include anche i familiari stretti o persone a carico della vittima diretta e persone che hanno subito un danno mentre assistevano la vittima primaria.

Storicamente, i sistemi di giustizia penale si sono concentrati sul perseguimento degli autori dei reati, mentre il ruolo delle vittime di reato è stato spesso limitato a quello dei testimoni. Tuttavia, l’adozione dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1985 della Dichiarazione di base dei Principi di giustizia per le vittime di reati e abuso di potere, che contiene 21 misure raccomandate volte a garantire l’accesso alla giustizia e un trattamento equo, e garantisce la restituzione, il risarcimento e l’assistenza sociale alle vittime, ha rappresentato un cambiamento di approccio verso risposte più incentrate sulla persona offesa.

La dichiarazione ha fornito la base per il successivo sviluppo e implementazione di norme internazionali riguardanti l’equo trattamento delle vittime di reato.

Sebbene la Dichiarazione non sia specifica per le persone offese dal terrorismo, è ugualmente applicabile a questo gruppo, e i principi in esso contenuti hanno influenzato successivamente strumenti e accordi internazionali relativi al trattamento equo dei diritti delle vittime. Inoltre, all’interno delle Nazioni Unite, lo status, il ruolo e i diritti delle stesse sono stati riconosciuti come parte integrante di un’efficace lotta al terrorismo, come riconosciuto nel Forum Globale Anti-Terrorismo delle Nazioni Unite.

In base a recenti risoluzioni, l’Assemblea Generale ha ulteriormente riconosciuto l’importanza di misure efficaci in materia di status e diritti delle vittime del terrorismo, incaricando l’UNODC di  fornire assistenza tecnica specializzata agli Stati membri al fine di rafforzare le capacità di sostegno dei loro sistemi nazionali.

A seguito di una richiesta formulata dall’UNODC nella ventiduesima sessione della Commissione sulla prevenzione del crimine e la giustizia penale, tenutasi a Vienna dal 22 al 26 aprile 2013, è stata adottata la risoluzione 68/187 sull’assistenza tecnica per l’attuazione delle convenzioni internazionali e dei protocolli relativi all’antiterrorismo dall’Assemblea generale, rafforzando ulteriormente il mandato dell’UNODC,  quanto alla tutela delle persone offese.

La risoluzione ha richiamato la risoluzione 66/282, che riconosceva il ruolo che il sostegno alle vittime del terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni può giocare; ha preso atto degli sforzi in corso dei membri delle Nazioni Unite Stati per garantire che le vittime del terrorismo siano trattate con dignità e che i loro diritti siano riconosciuti e protetti; infine, ha preso atto dei nuovi strumenti di assistenza tecnica sviluppati dall’UNODC, incluso il manuale intitolato The Criminal Justice Response to Support Victims of Acts of Terrorismo.

Inoltre, il paragrafo operativo 8 della risoluzione richiedeva all’UNODC di “continuare ad  accrescere le conoscenze giuridiche specialistiche attraverso la preparazione delle migliori pratiche, in stretto coordinamento con gli Stati membri, sull’assistenza e il sostegno alle vittime di terrorismo, compreso il ruolo delle vittime nel quadro della giustizia penale ”. A sostegno del suo mandato, il gruppo di Prevenzione del terrorismo, in collaborazione con il Forum Globale Antiterrorismo, ha organizzato il 24 e 25 novembre 2014 a Vienna una riunione di esperti derivanti dagli Stati membri delle Nazioni Unite, dalla società civile, dalle associazioni delle vittime e da altre organizzazioni per condividere approcci comparativi nel supportare le persone offese dal terrorismo nell’ambito di indagini penali. Attingendo alle discussioni degli esperti partecipanti, e dagli strumenti e accordi multilaterali e regionali relativi alle vittime di criminalità, compreso il terrorismo, il gruppo di Prevenzione del terrorismo ha compilato un elenco di buone pratiche. Esse rappresentano le politiche relative all’assistenza alle vittime durante il processo penale, che sono state identificate come efficaci per la produzione di migliori risultati per le persone colpite dal terrorismo, per la loro sostenibilità per gli Stati la loro applicabilità nella maggior parte degli Stati con adattamenti per renderli compatibili con particolari aspetti culturali o legali. All’interno del sistema delle Nazioni Unite, i diritti e il ruolo delle vittime all’interno del quadro della giustizia sono specificamente riconosciuti in una serie di strumenti di giustizia e organi istituzionali. Nel settembre 2006, l’Assemblea generale ha adottato la Strategia antiterrorismo ai sensi della risoluzione 60/288 dell’Assemblea generale, che contiene un piano d’azione. Serve come documento strategico di guida degli Stati Uniti Nazioni nel campo dell’antiterrorismo, per la prima volta gli Stati membri sono riusciti a raggiungere un consenso su un approccio strategico comune a combattere il terrorismo, basato su quattro pilastri:

  • Misure per affrontare le condizioni favorevoli alla diffusione del terrorismo (Pilastro I)
  • Misure per prevenire e combattere il terrorismo (Pilastro II)
  • Misure per rafforzare la capacità degli Stati di prevenire e combattere il terrorismo e per rafforzare il ruolo del sistema delle Nazioni Unite in questo senso (pilastro III)
  • Misure per garantire il rispetto dei diritti umani e lo stato di diritto come base fondamentale della lotta al terrorismo (pilastro IV)

Il paragrafo 8 del primo pilastro riconosce i diritti e il ruolo delle vittime del terrorismo come componente chiave di un’efficace lotta al terrorismo, a condizione che gli Stati membri istituiscano, su base volontaria, sistemi nazionali di assistenza a loro ed alle loro famiglie. A questo proposito, si incoraggiano gli Stati a richiedere sostegno agli organi competenti delle Nazioni Unite.

Dalla sua adozione, la strategia è stata rivista ogni due anni per valutare il lavoro delle Nazioni Unite e degli Stati membri nell’attuazione dei programmi di contrasto.

Alla terza e quarta revisione biennale, l’Assemblea generale ha rinnovato il suo impegno a rafforzare la cooperazione internazionale e a prevenire tutte le forme di terrorismo, sottolineando la necessità di promuovere solidarietà mondiale a sostegno delle vittime. L’Assemblea Generale ha riconosciuto il lavoro degli organismi delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni sostenendo le vittime del terrorismo e incoraggiandole a intensificare i loro sforzi per rafforzare le capacità e l’assistenza tecnica degli Stati membri e attuare programmi di assistenza e sostegno per tali vittime.

Nel 2008 si è riunito un simposio sul sostegno alle vittime del terrorismo, volto a fornire un forum per esperti, Stati membri, organizzazioni regionali, società civile e media per discutere passi concreti per assistere le vittime, condividere le migliori pratiche ed evidenziare le misure già adottate dagli Stati membri e dalle organizzazioni.

Durante il Simposio, il terrorismo è stato condannato come una grave violazione dei principi fondamentali, ed è stata sottolineata l’importanza di garantire lo status giuridico alle vittime. Gli Stati membri sono stati sollecitati a prendere in considerazione la creazione di strutture ad hoc da integrare con il lavoro investigativo, per garantire che i risultati siano condivisi regolarmente con le persone colpite dal terrorismo e facilitare la loro partecipazione ai procedimenti contro gli autori. Sono state individuate le seguenti otto raccomandazioni per fornire un supporto efficace alle vittime:

  • Fornire una rete di comunicazione e di informazione per le vittime del terrorismo, funzionari governativi, esperti, fornitori di servizi e società civile
  • Rafforzare gli strumenti legali sia a livello internazionale che nazionale, fornendo vittime del terrorismo con status legale e tutelando i loro diritti
  • Stabilire servizi sanitari facilmente accessibili che possano fornire alle vittime un servizio completo supporto a breve, medio e lungo termine
  • Fornire sostegno finanziario alle vittime
  • Migliorare la capacità delle Nazioni Unite di assistere i sopravvissuti e le famiglie di personale ucciso o ferito in attacchi terroristici contro di essa
  • Impegnarsi in una campagna di sensibilizzazione globale a sostegno delle vittime del terrorismo

Sebbene nessuna delle 19 convenzioni e protocolli antiterrorismo negoziata sotto l’influenza delle Nazioni Unite si riferisce specificamente alle vittime del terrorismo, esse sottolineano l’importanza che gli Stati incorporino i diritti umani e le libertà fondamentali nel diritto nazionale in merito alle indagini e al perseguimento dei crimini.  In questo modo, i diritti delle vittime sono implicitamente riconosciuti quale parte integrante di efficaci misure anti-terrorismo.

Ancora, riaffermando la risoluzione 1373 (2001), adottata ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite e le Dichiarazioni ministeriali allegate alla risoluzione 1377 (2001) e alla risoluzione 1456 (2003), nonché altre risoluzioni in materia di minacce alla pace e alla sicurezza internazionali causate dal terrorismo, il Consiglio di sicurezza ha adottato la risoluzione 1535 (2004), che ha creato la direzione esecutiva del comitato antiterrorismo.

Essa è responsabile della valutazione dell’attuazione da parte degli Stati membri dei loro obblighi internazionali di lotta al terrorismo in base alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza.

Essa valuta, inoltre, la misura in cui gli Stati membri incorporano misure nei loro sistemi nazionali di giustizia legale e penale per proteggere e supportare i ricorrenti durante le indagini sul terrorismo.

Nella risoluzione 2129 (2013), il Consiglio di sicurezza esprime la sua profonda solidarietà alle vittime del terrorismo e alle loro famiglie e incoraggia la direzione esecutiva a tenere conto dell’importante ruolo che le reti dei sopravvissuti possono svolgere nella lotta al terrorismo. Da ultimo, nel 2005 è stata istituita dal Segretario Generale la Task Force antiterrorismo, presieduta dal Sottosegretario Generale del Dipartimento di Affari politici e comprendente 35 paesi. Essa garantisce il coordinamento e la coerenza degli sforzi contro i terroristi del Sistema delle Nazioni Unite. Si impegna altresì a garantire tra le priorità del Segretario generale il rispetto dei diritti umani, ed a promuovere un impegno costruttivo tra le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali e la società civile, dove appropriato, nell’attuazione della strategia antiterrorismo.

Essa accoglie l’istituzionalizzazione della Task Force antiterrorismo all’interno del Segretariato delle Nazioni Unite.[3] Così, nel 2009, il Segretario Il generale ha istituito la task force all’interno del Dipartimento per gli affari politici, attraverso il quale, con una serie di iniziative e gruppi di lavoro, e sotto la guida politica dell’Assemblea generale, mira a coordinare il sistema delle Nazioni Unite per l’attuazione della strategia e a catalizzare iniziative sistematiche per sostenere gli sforzi degli Stati membri.

In Europa, il Consiglio d’Europa, l’Unione Europea e l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) hanno incorporato i diritti delle vittime della criminalità, compreso il terrorismo, in direttive politiche vincolanti e in raccomandazioni.

All’interno del Consiglio d’Europa, Il Comitato dei Ministri ha adottato varie raccomandazioni sull’assistenza e sostegno alle vittime di reati, che comprendono il risarcimento, l’accesso alla giustizia e la partecipazione ai procedimenti penali. Tra le più importanti sono la Raccomandazione n. R (85) 11 sulla posizione della vittima nel quadro del diritto e della procedura penale e la raccomandazione più recente Rec (2006) 8 sull’assistenza alle vittime di reati, che sostituisce la Raccomandazione n. R (87) 21 sull’assistenza alle vittime e la prevenzione della vittimizzazione. Particolare considerazione dovrebbe essere data anche alle Linee guida sulla protezione delle vittime di atti terroristici, adottato dal Comitato dei Ministri il 2 marzo 2005.

Il Comitato di esperti sul terrorismo, istituito nel 2003 per sostituire il gruppo multidisciplinare sull’azione internazionale contro il terrorismo, è stato anche coinvolto nell’elaborazione di strumenti specifici. Come risultato del lavoro del Comitato, il Consiglio d’Europa ha adottato nel 2005 la Convenzione per la prevenzione del terrorismo, che contiene una disposizione specifica sulla protezione, sul risarcimento e sull’assistenza alle vittime di terrorismo.

In ambito europeo, l’Unione ha affrontato il tema dell’assistenza alle vittime di crimini mediante decisioni quadro o direttive giuridicamente vincolanti per gli Stati membri, ma flessibili per quanto riguarda gli strumenti utilizzabili dalle nazioni. Un altro strumento di riferimento è la decisione quadro del Consiglio dell’Unione europea n. 2001/220 / GAI, adottata il 15 marzo 2001, relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale, che delinea i diritti minimi delle vittime di reato. Stabilisce i diritti alla protezione, compensazione e accesso alla mediazione e a qualsiasi informazione pertinente, nonché il diritto di partecipare al procedimento. Inoltre, Consiglio dell’Unione europea sollecita la decisione quadro 2002/475 / GAI del 13 giugno 2002 sulla lotta al terrorismo.

Gli Stati membri dell’Unione devono allineare la loro legislazione a questa decisione e stabilire norme minime in relazione ai reati di terrorismo e alle sanzioni, garantendo nel contempo un’assistenza adeguata per le famiglie delle vittime. Va segnalata anche la direttiva 2004/80 / CE del Consiglio dell’Unione europea del 29 aprile 2004 relativa al risarcimento alle vittime di reati. Lo scopo di questa direttiva è istituire un sistema di cooperazione per facilitare l’accesso al risarcimento per le vittime di crimini in situazioni transfrontaliere. Più recentemente, la direttiva 2011/99 / UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 dicembre 2011 sull’ordine di protezione europeo ha istituito il mutuo riconoscimento tra gli Stati membri dell’Unione Europea delle decisioni in materia misure di protezione per le vittime.

Infine, la direttiva 2012/29 / UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012 che stabilisce standard minimi in materia di diritti, sostegno e protezione delle vittime di reato, e che sostituisce la decisione quadro 2001/220 / GAI del Consiglio, ha migliorato la situazione delle vittime di reati nell’Unione europea evidenziando le circostanze speciali che circondano le vittime del terrorismo e la necessità di risposte dovute dei governi alle loro esigenze specifiche.

Anche l’OSCE ha evidenziato la necessità di rafforzare la solidarietà con le vittime del terrorismo in decisioni politicamente vincolanti.

Tra queste è inclusa la decisione n. 618 del Consiglio permanente dell’OSCE del 1 luglio 2004, che ha invitato gli Stati partecipanti dell’OSCE a introdurre misure appropriate o a migliorare quelle esistenti, salvo quanto prevede la legislazione nazionale, per il sostegno e  l’assistenza finanziaria alle vittime del terrorismo e alle loro famiglie.

Questa decisione ha anche incaricato l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani alla revisione della legislazione esistente in materia di assistenza e risarcimento delle vittime del terrorismo per promuovere le migliori pratiche in questo settore. L’ufficio ha sviluppato un progetto sulla solidarietà con le vittime del terrorismo, organizzando una riunione ad alto livello sulle vittime di Terrorismo svoltasi a Vienna il 13 e 14 settembre 2007, che ha riconosciuto alcuni standard minimi a livello internazionale.

Infine, per quanto attiene alla realtà europea, non vi è dubbio che un contributo fondamentale alla lotta al terrorismo ed alla tutela delle vittime degli attentati potrà derivare anche dalla nascente Procura Europea. Sebbene la competenza di questo organo è stata inizialmente limitata al settore dei reati lesivi degli interessi finanziari dell’Unione, parte della dottrina e gli esperti derivanti da diversi Stati membri auspicano un ampliamento delle sue funzioni, per contrastare il crimine organizzato e il terrorismo su scala internazionale.  Gli ultimi episodi di terrorismo, che hanno colpito al cuore l’Europa, potrebbero drammaticamente accelerare questa transizione, che appare non più eludibile.

Nel contesto delle Nazioni Unite, sebbene non esista una definizione specifica di “vittimizzazione secondaria”, i Principi e le linee guida sul diritto a un ricorso e riparazione per le vittime di Gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, annesse alla Risoluzione sui diritti 2005/35, riconoscono questo concetto. Si prevede che “lo Stato dovrebbe prevedere, per quanto possibile, che una vittima di violenze o traumi benefici di una speciale considerazione e cura per evitare traumi nel corso delle procedure volte a garantire giustizia e risarcimento”.

Quanto alle vittime di reati, l’UNODC ha evidenziato l’importanza di prevenire la vittimizzazione secondaria, e di proteggere le persone offese da oneri e lungaggini burocratiche non necessarie.[4]

La necessità di evitare la vittimizzazione secondaria non può essere sottovalutata e dovrebbe essere un obiettivo fondamentale di qualsiasi sistema di giustizia. [5]

Un principio fondamentale negli strumenti internazionali antiterrorismo è che le indagini penali e le azioni relative al terrorismo devono essere intraprese in piena conformità con gli standard internazionali e con le norme relative allo Stato di diritto, e ai diritti e libertà fondamentali.

In molte delle sue pubblicazioni di assistenza tecnica, l’UNODC ha affrontato il problema dei diritti umani delle vittime e dei testimoni del terrorismo, nonché di quelli degli imputati. In tal senso, si afferma che il riconoscimento dei diritti delle vittime non pregiudica le garanzie degli imputati, compresa la presunzione di innocenza e l’uguaglianza delle armi. [6]

L’obiettivo di un giusto processo passa attraverso il contemperamento delle esigenze delle vittime con i diritti di difesa delle persone accusate di crimini.[7]

In definitiva, molti paesi hanno stabilito misure legali e istituzionali di supporto alle vittime di reato. Le esigenze delle vittime variano nel tempo e a seconda delle circostanze, a partire dal periodo immediatamente successivo a un episodio terroristico, a medio e lungo termine. Per essere efficaci, gli sforzi delle agenzie responsabili devono essere ben coordinati e le politiche dovrebbero essere promosse da soggetti specializzati. Il coordinamento di tutte le forze dell’ordine, della giustizia e delle agenzie che entrano in contatto con la vittima svolge un ruolo importante nella prevenzione della vittimizzazione secondaria. Misure volte a ridurre gli adempimenti burocratici o amministrativi ridurranno lo stress spesso vissuto dalle vittime e dalle loro famiglie durante le indagini e i processi.[8]

Il punto di partenza iniziale per i governi che desiderano sviluppare politiche nazionali efficaci relative alle vittime del terrorismo consiste nell’intraprendere un’analisi delle lacune politiche e legislative. Tali consultazioni potrebbero essere attuate attraverso un dialogo regolare con le associazioni e/o altre organizzazioni rappresentative sullo sviluppo di politiche relative ai diritti delle vittime. Un possibile meccanismo per raggiungere questo obiettivo è un comitato o gruppo multidisciplinare che si riunisca regolarmente per discutere i problemi relativi alle persone offese. Si dovrebbe prendere in considerazione la nomina di funzionari del settore della giustizia in qualità di capo o presidente, al fine di promuovere una maggiore visibilità delle questioni in esame e facilitare le necessarie modifiche legislative.[9]

La creazione di specialisti dell’assistenza all’interno delle agenzie di giustizia penale migliorerebbe la comunicazione e la comprensione tra tali agenzie e le associazioni delle vittime.[10]

All’uopo, istituire degli specialisti dell’assistenza alle vittime all’interno degli uffici del pubblico ministero può garantire un migliore accesso alla giustizia, aiutando i testimoni al processo e garantendo che le persone offese possano esporre le proprie ragioni nelle udienze.

In definitiva, si promuove un approccio multisciplinare, incentrato sulle vittime e basato sul contributo di distinte competenze e professionalità.[11]

È fondamentale che gli Stati forniscano, alle vittime del terrorismo un sostegno mirato e mezzi effettivi per accedere alla giustizia. L’assenza o l’inadeguatezza di tali meccanismi nei sistemi di giustizia penale possono contribuire alla vittimizzazione secondaria, che esacerba il danno psicologico e gli altri effetti a lungo termine.

A causa delle differenze nei sistemi nazionali, alcuni Stati non consentono alle vittime di partecipare ai procedimenti penali o di avere un accesso effettivo alla giustizia.            Le vittime spesso non sono in grado di accedere alla giustizia o di partecipare pienamente al processo giudiziario per diversi motivi, inclusa la mancanza di consapevolezza dei propri diritti, dei propri background socioeconomici o culturali o altre condizioni locali. Al fine di affrontare questo problema, uno degli obiettivi primari di qualsiasi efficace legale e sistema di giustizia penale dovrebbe essere quello di identificare tutte le vittime colpite in modo tempestivo per informarle del loro diritto di accedere alla giustizia, con particolare attenzione alle vittime più vulnerabili o economicamente svantaggiate.

Le informazioni sui diritti delle vittime, compreso l’accesso al patrocinio a spese dello Stato e sullo stato delle indagini e dei procedimenti giudiziari, dovrebbero essere tempestive, accurate e prontamente comprensibili. Dovrebbero essere fornite informazioni generali sul sistema di giustizia penale in un linguaggio comprensibile e semplice e i servizi di traduzione dovrebbero essere resi disponibili gratuitamente, al fine di rimuovere le barriere linguistiche ed economiche alla capacità di esercitare i propri diritti.[12]

Inoltre, gli Stati dovrebbero fornire alle persone colpite dal terrorismo diritti e ruoli specifici all’interno del procedimento penale,nonché il diritto all’ascolto e ad essere informati delle date e del luogo delle udienze.

Nei paesi in cui la partecipazione delle vittime alla giustizia non è specificamente prevista o preclusa dalla legislazione nazionale, nondimeno sarà possibile per i servizi di pubblica accusa accogliere la partecipazione, con la presentazione di dichiarazioni della vittima al momento della sentenza o la sua presenza in tale fase.[13]

In definitiva, dalla fonti internazionali citate emergono alcuni principi fondamentali: gli Stati dovrebbero stabilire meccanismi per l’identificazione e il contatto con le vittime e garantire l’avvio di indagini su presunti atti di terrorismo rapidamente, in modo da individuare i responsabili. [14]

Le vittime dovrebbero ricevere con tempestività informazioni relative all’indagine e ai suoi probabili risultati. Ancora, gli Stati dovrebbero garantire che le vittime siano prontamente informate del loro diritto di accesso alla giustizia, delle strade e dei servizi a loro disposizione, senza alcun costo, in modo chiaro e in una lingua da loro conosciuta.

Infine, i rischi per la sicurezza delle vittime dovrebbero essere valutati in ogni momento dell’indagine e del processo, per proteggerle durante la loro partecipazione ai procedimenti penali.

Se prove potenzialmente inquietanti come delle fotografie violente fossero presentate in tribunale, le vittime dovrebbero essere avvertite in modo che possano scegliere di visualizzarle o lasciare l’aula prima che queste vengano mostrate.[15]

In definitiva, un adeguato supporto giudiziario può promuovere la guarigione e aiutare le vittime a trovare un senso giustizia all’indomani del crimine.

In altri termini, le vittime non sono dei semplici partecipanti al sistema di giustizia, ma devono essere considerate delle parti attive titolari di diritti e prerogative. Di fronte a questo, è altresì fondamentale la cooperazione tra le autorità degli Stati, per condividere le risorse e le informazioni  nei casi transfrontalieri.[16]

Meritano di essere citate le norme previste dalla Convenzione di Palermo firmata nel 2000, la quale, pur riferendosi alla criminalità organizzata in senso ampio, contiene dei principi a tutela delle vittime e dei testimoni che sono un punto di riferimento per gli ordinamenti nazionali anche nella lotta al terrorismo. Sulla base della consapevolezza che si tratta di tematiche di fondamentale importanza per garantire indagini e processi penali efficaci [17], la Convenzione di Palermo ha dedicato una significativa attenzione sia alla protezione dei testimoni, sia alla tutela e assistenza delle vittime, sia all’incentivazione della collaborazione con la giustizia. Sul punto, sono state introdotte tre previsioni, tra loro strettamente connesse: l’art. 24, che obbliga gli Stati parte ad adottare le misure adeguate a proteggere i testimoni contro potenziali ritorsioni o intimidazioni, suggerendo sia l’adozione di sistemi di protezione fisica e salvaguardia della identità e del domicilio di tali soggetti, sia la scelta di metodi di raccolta ed acquisizione della prova che facilitino le deposizioni attraverso mezzi tecnologici di comunicazione a distanza; l’art. 25 che impegna gli Stati a fornire assistenza e protezione alle vittime, ad ammettere il loro diritto all’indennizzo e al risarcimento dei danni da reato, e a garantire il loro ruolo processuale; e, infine, l’art. 26, che mira a incoraggiare la collaborazione con la giustizia dei partecipi delle organizzazioni criminali con incentivi di diverso tipo (immunità e sconti di pena) e misure di protezione [18]. Come è stato evidenziato dalla più attenta dottrina, la Convenzione opera una basilare equiparazione tra la figura del testimone e quella della vittima del reato, considerandole entrambe meritevoli di protezione endoprocessuale ed extraprocessuale, ma riserva alla vittima la garanzia di una assistenza anche sociale, la prospettiva di un risarcimento per il danno patito nonché la possibilità di rivestire uno specifico ruolo processuale [19]. Di fronte a questa disciplina, il primo problema interpretativo è quindi quello che attiene alle nozioni di testimone e di vittima, menzionate ma non definite dalla Convenzione di Palermo (che invece, come si vedrà, offre precise indicazioni in ordine al concetto di “collaborazione con le autorità incaricate dell’applicazione della legge”).

La lett. dell’art. 24, che fa riferimento ai «testimoni che depongono in processi penali in relazione a reati di cui alla presente Convenzione», si presta ad una pluralità di letture, che includono anche una interpretazione restrittiva del concetto di testimone, limitata a coloro che rendono effettivamente una deposizione in sede giudiziaria. Ma la ratio della norma, che tende ad assicurare una protezione efficace contro potenziali ritorsioni ai soggetti che possono dare un contributo conoscitivo per l’accertamento dei suddetti fatti criminosi, induce a optare per una interpretazione estensiva, che amplia la nozione di testimone fino a ricomprendervi qualsiasi persona che possa disporre di informazioni che possano essere rilevanti ai fini dell’indagine o del processo per un reato previsto dalla Convenzione, indipendentemente dal fatto che tali informazioni vengano o meno utilizzate come prove [20].

L’assunto trova conferma nell’esperienza di quei Paesi che già prevedono dei programmi di protezione per i testimoni, da cui si evince la necessità di una esegesi della prescrizione de qua nella sua accezione più ampia, al fine di assicurare una protezione sufficiente ai testimoni per invitarli a cooperare sin dalle prime indagini [21].

È significativo anche che, in forza dell’art. 26 paragrafo 4, la protezione dei collaboratori di giustizia debba attuarsi secondo quanto previsto per i testimoni dall’art. 24.

Peraltro, come si è anticipato, sulla base dell’art. 24 paragrafo 4, le misure di protezione dei testimoni si applicano anche alle vittime che siano, al contempo, testimoni.

Quanto al concetto di vittima di reato, in dottrina [22] si è rilevato che la Convenzione di Palermo sottintende un implicito rinvio a quanto già affermato nella Dichiarazione dei Principi Fondamentali di Giustizia per le Vittime di Reato e di Abuso di Potere (A/RES/40/34), adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU in data 29 novembre 1985, che include in tale concetto «le persone che, individualmente o in forma collettiva hanno subito un danno, soprattutto un’offesa alla loro integrità fisica o mentale, una sofferenza morale, una perdita materiale o una violazione grave dei loro diritti fondamentali, per effetto di azioni od omissioni che violano le leggi penali in vigore in uno Stato membro, ivi comprese quelle che vietano penalmente gli abusi di potere».

In proposito, si è avvertito che il contenuto del termine vittima appare suscettibile di una pluralità di interpretazioni; a seconda degli obiettivi del documento internazionale, tale nozione può ricomprendere, o meno, le persone giuridiche e coloro che hanno riportato un danno indiretto.

Si è, tuttavia, evidenziato come in sede internazionale si sia voluta dedicare una attenzione speciale alle vittime e specificamente a quelle della criminalità organizzata, quali soggetti deboli che nel contempo possono essere chiamati a testimoniare sui gravi fatti subiti. Partendo dalla constatazione che i diritti delle vittime, anche della criminalità organizzata, sono stati a lungo trascurati, sono state intraprese diverse iniziative, sia per quanto riguarda il loro ruolo nel mondo della giustizia sia per assicurare loro una equa riparazione, ed, infine, per permettere ad esse di contare su misure di aiuto concreto che assicurino loro un integrale recupero. Con la Convenzione di Palermo si è voluto ritagliare il nuovo ruolo della vittima nel sistema penale grazie alla consapevolezza, ormai acquisita, che il “giusto processo” nonché la attuazione della giustizia passano attraverso il rispetto della vittima e la tutela delle sue aspettative, senza pregiudicare i diritti dell’imputato [23]; si cerca così di «riequilibrare l’asse della tutela penale, ancora inclinato sul versante dell’illecito e del suo autore» [24].

Come rilevato nella Guida Legislativa predisposta dall’UNODC, gli artt. 24 e 25 della Convenzione di Palermo si riferiscono a misure specifiche attuabili da parte degli Stati per l’adempimento del “diritto alla giustizia”, che implica l’effettiva possibilità per ciascuna vittima di far valere i propri diritti e di ricevere un rimedio equo ed efficace, e quindi comporta l’obbligo da parte dello Stato di indagare sui reati, di arrestare e perseguire i colpevoli, e, se viene accertata la loro responsabilità, di punirli. Una significativa valorizzazione del ruolo delle vittime dei reati previsti dalla Convenzione è contenuta nell’art. 25, che impone agli Stati parte un triplice obbligo, consistente:

a) nell’adozione delle misure appropriate, nell’ambito dei mezzi di ciascuno Stato, per fornire assistenza e protezione alle vittime, in particolare nei casi di minaccia, ritorsione o intimidazione (paragrafo 1);

b) nell’introduzione di procedure adeguate a rendere possibile l’esercizio, da parte delle vittime, del loro diritto all’indennizzo o al risarcimento (paragrafo 2);

c) nel riconoscimento del ruolo processuale delle vittime: precisamente, gli Stati, nel rispetto delle proprie leggi nazionali, devono consentire che le opinioni e preoccupazioni delle vittime siano esposte e siano prese in effettiva considerazione in una fase adeguata dei procedimenti penali contro gli autori dei reati, in modo tale da non pregiudicare i diritti della difesa (paragrafo 3).

L’insieme dei precetti contenuti nella Convenzione di Palermo, apparentemente sintetico, in realtà racchiude il fulcro della considerazione rivolta alla vittima nel panorama internazionale, di fatto richiamandone ogni aspetto [25].

In dottrina è stata posta in risalto la evidente connessione esistente tra il primo paragrafo dell’art. 25 e l’art. 24, sulla base del rilievo che il concetto di protezione delle vittime equivale a quello dei testimoni [26].

In entrambi i casi, peraltro, possono venire in rilievo misure di sostegno che rassicurino il soggetto chiamato a rendere una deposizione veritiera, accurata e completa [27], si fa specifico riferimento alle ipotesi di potenziali ritorsioni ed intimidazioni, e, infine, l’obbligo di protezione trova un limite nelle risorse (di carattere non solo economico, ma anche tecnico) dello Stato, come evidenziato dall’espressione «nell’ambito dei propri mezzi», contenuta nelle due norme.

Va però segnalato che l’art. 25, paragrafo 1, amplia la sfera di applicazione soggettiva della protezione, garantendola anche alle vittime che non rivestono la qualità di testimone (mentre le ipotesi nelle quali vi è una convergenza di entrambe le qualifiche sono già coperte dall’art. 24 paragrafo 4). Inoltre, in aggiunta alla protezione, l’art. 25, paragrafo 1, richiede la realizzazione di misure per fornire assistenza alle vittime. Sul punto, la più attenta dottrina 21 ha sottolineato come la Convenzione trovi un adeguato complemento nel Protocollo addizionale sulla tratta di persone, il quale indica tra i propri obiettivi la tutela ed ogni forma di sostegno alle vittime di quest’ultimo reato, nel pieno rispetto dei loro diritti umani. Il tema dell’assistenza, infatti, rappresenta uno degli argomenti maggiormente sviluppati a fronte di questo fenomeno di criminalità transnazionale, dove la vittima rappresenta l’anello debole della catena criminale; di conseguenza la sua protezione risponde a precisi obblighi di tutela della persona umana, e, nel contempo, rappresenta anche una preziosa opportunità sul versante giudiziario e dell’intero sistema di cooperazione penale.

Negli artt. 6, 7 e 8 del Protocollo sono quindi contenute le prescrizioni poste a salvaguardia delle persone offese; a prescindere da quanto ogni Stato deve fare per la repressione e prevenzione del fenomeno criminale, è chiaro che in ambito amministrativo deve attuare le misure relative al recupero fisico, psicologico e sociale delle vittime della tratta e deve adoperarsi per assicurare loro un alloggio adeguato, garantire informazioni utili circa i diritti riconosciuti dalla legge in una lingua comprensibile, offrire assistenza medica, psicologica e materiale, opportunità di impiego, educative e di formazione, garantire l’incolumità fisica della vittima. Lo Stato deve altresì predisporre misure per consentire alle vittime di rimanere sul territorio a titolo temporaneo o permanente, o garantire il volontario rientro in patria assicurando la sua incolumità e rispettando le esigenze probatorie del procedimento penale in corso per i fatti in cui la vittima è coinvolta [28].

Dalla normativa prospettata si evincono chiaramente due aspetti salienti: da un lato, le esigenze di giustizia in virtù delle quali è fondamentale evitare che la vittima, principale teste d’accusa, possa essere indotta con violenza, minaccia ed altro a ritrattare ovvero non deporre, anche scomparendo nel nulla; dall’altro lato, le necessità di mera sopravvivenza della vittima, che può trovarsi priva di ogni mezzo di sostentamento, psicologicamente devastata e catapultata in un mondo nuovo e spesso straniero. Da qui, le misure di primo soccorso, aiuti, sostegno e cure, insomma di assistenza in senso lato. In proposito, potranno fungere da parametro le esperienze già acquisite nel sistema italiano con i programmi di assistenza ed integrazione sociale previsti dall’art. 18 del testo unico sull’immigrazione (d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286), che, partendo dalla c.d. “accoglienza in fuga” della vittima le assicurano un alloggio in una “località protetta”, una assistenza medica qualificata, soprattutto un sostegno a livello psicologico, un inserimento nel mondo del lavoro e, se necessario, una adeguata istruzione anche linguistica [29].

L’art. 25, paragrafo 2, della Convenzione, richiede che siano predisposte procedure adeguate per consentire l’accesso delle vittime all’indennizzo o al risarcimento.

Secondo la Guida Legislativa predisposta dall’UNODC, ciò non significa che alle vittime debba essere garantito l’indennizzo o il risarcimento del danno, ma semplicemente che vanno introdotte misure legislative o di altro genere che prevedano procedure nelle quali possa essere richiesto l’indennizzo o il risarcimento. In altri termini, con l’art. 25, paragrafo 2, della Convenzione, viene sancito non il diritto delle vittime di ottenere una riparazione, ma, piuttosto, l’onere per lo Stato di predisporre una normativa che consenta alla vittima di esercitare un’azione diretta in tal senso.

A tale norma, comunque, si aggiunge il dettagliato riferimento contenuto nell’art. 6, paragrafo 6, del Protocollo addizionale sulla Tratta di esseri umani, che obbliga espressamente gli Stati parte ad assicurare che il proprio ordinamento giuridico nazionale contenga misure che consentano alle vittime di questo particolare reato di ottenere un risarcimento del danno subito[30].

Come indicato nella Guida Legislativa predisposta dall’UNODC, le modalità attraverso cui gli Stati possono adempiere l’obbligo posto dall’art. 25, paragrafo 2, della Convenzione, sono riconducibili a tre modelli fondamentali: a) la citazione dell’autore del reato, da parte della persona offesa, davanti al giudice civile per ottenere il risarcimento del danno; b) il potere del giudice penale di condannare i colpevoli al risarcimento del danno in favore delle vittime; c) la istituzione di appositi fondi o programmi che consentano alle vittime di richiedere allo Stato la riparazione per lesioni o danni subiti a seguito di un reato. Sulla base del disposto della norma internazionale de qua, almeno uno di questi sistemi deve essere implementato nell’ordinamento interno in relazione ai reati previsti dalla Convenzione e dai Protocolli.

Infine, la partecipazione delle vittime dei suddetti reati al processo penale trova un significativo riconoscimento nel paragrafo 3 dell’art. 25 della Convenzione, che attribuisce ad esse il diritto di interloquire, esprimendo i loro punti di vista e rappresentando le loro preoccupazioni, in una fase adeguata di tale procedimento. La norma richiede che sia ammessa una qualche forma di espressione (scritta o orale) da parte della vittima, e che i punti di vista e le preoccupazioni esposti dalla stessa siano effettivamente presi in considerazione dal giudice, ma non specifica quale sia la fase processuale in cui ciò debba avvenire: pertanto, secondo la Guida Legislativa predisposta dall’UNODC, potrebbe trattarsi anche della fase successiva al verdetto di colpevolezza, quando occorre provvedere alla determinazione della sanzione nel c.d. sistema bifasico, tipico dei paesi di common law. In ogni caso, la disposizione precisa che la partecipazione della persona offesa al processo deve svolgersi nel rispetto della normativa nazionale ed in modo tale da non pregiudicare i diritti della difesa.[31]

Passando ad esaminare, invece, l’ordinamento italiano, nel nostro paese non esiste una normativa generale di natura sostanziale a tutela di tutte le vittime dei reati. Sono però state adottate molteplici misure e forme di assistenza, sostegno e informazione a favore delle vittime di specifici illeciti (in particolare, terrorismo e criminalità organizzata) e delle vittime qualificate in ragione della riconducibilità della lesione subita all’espletamento di funzioni istituzionali da parte di dipendenti pubblici (le vittime del dovere). La legislazione in materia è costituita da un complesso corpus normativo, formatosi soprattutto a partire dalla fine degli anni Settanta. Essa trova origine con la determinazione di una serie di provvidenze a favore degli appartenenti alle forze dell’ordine e dei militari colpiti nell’adempimento del dovere. Successivamente, la legislazione ha esteso la propria portata alle persone che sono decedute o hanno riportato una invalidità permanente a causa di fatti di terrorismo, nonché ai loro familiari, con il preciso intento di offrire un segnale di sostegno, in termini morali ed economici a questi soggetti. In particolare, la legge 3 agosto 2004, n. 206 ha dettato norme in favore di «tutte le vittime degli atti di terrorismo e delle stragi di tale matrice, compiuti sul territorio nazionale o extranazionale, se coinvolgenti cittadini italiani», nonché dei loro familiari superstiti.  Successivamente all’entrata in vigore della suddetta legge, si è assistito ad un progressivo ampliamento delle categorie beneficiarie delle provvidenze per le vittime del terrorismo. Più precisamente, l’efficacia della legge è stata estesa:

  • ai familiari delle vittime della strage di Ustica del 1980 e ai familiari delle vittime e ai superstiti dei delitti della “banda della Uno bianca”;
  • alle vittime di azioni criminose compiute sul territorio nazionale in via ripetitiva, rivolte a soggetti indeterminati e poste in essere in luoghi pubblici o aperti al pubblico (ad esempio, la vicenda Unabomber);
  • ai familiari superstiti degli aviatori italiani caduti a Kindu, in Congo, nel 1961.

I benefici comprendono:

  • una speciale elargizione dell’entità massima di 200.000 euro in favore di chiunque subisca una invalidità permanente (o dei familiari in caso di morte) a causa di atti di terrorismo;
  • la concessione, oltre all’elargizione, di uno speciale assegno vitalizio di 1.033 euro mensili, soggetto alla perequazione automatica;
  • la prestazione, a carico dello Stato, dell’assistenza psicologica alle vittime e ai loro familiari;
  • il diritto al collocamento obbligatorio, mediante assunzione per chiamata diretta nominativa con precedenza assoluta rispetto ad ogni altra categoria (diritto esteso ai figli e/o al coniuge in caso di decesso o di invalidità che non consenta la prosecuzione dell’attività lavorativa);
  • una riserva di posti per l’assunzione ad ogni livello e qualifica;
  • alcuni benefìci che incidono sui trattamenti pensionistici (riconoscimento del diritto immediato alla pensione diretta, in misura pari all’ultima retribuzione, per le vittime  con grado di invalidità pari o superiore all’80%; adeguamento costante, al trattamento in godimento dei lavoratori in attività, delle pensioni delle vittime; aumento figurativo di 10 anni dei versamenti contributivi utili ad aumentare l’anzianità pensionistica maturata, la misura della pensione e il trattamento di fine rapporto);
  • l’ esenzione dal pagamento del ticket per ogni tipo di prestazione sanitaria;
  • il diritto al patrocinio legale gratuito, a carico dello Stato, nei procedimenti penali, civili, amministrativi e contabili per le vittime e i loro superstiti;
  • la garanzia di tempi certi per le procedure in sede amministrativa e giurisdizionale relative al riconoscimento e alla valutazione dell’invalidità e all’attribuzione di provvidenze alle vittime del terrorismo.

Ai suddetti benefici si aggiunge il diritto al risarcimento dei danni accertati nel processo penale o civile nei confronti dei responsabili degli atti di terrorismo. Qualora l’autore del reato non provveda al risarcimento, la vittima può ottenere l’indennizzo dal Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso,  delle  richieste  estorsive, dell’usura e dei reati intenzionali violenti. Nel caso di “terrorismo mafioso”, ossia di delitti di mafia commessi con finalità terroristiche o eversive, la vittima può ottenere il pagamento di tutte le somme liquidate in giudizio con sentenza a titolo di risarcimento danni, di provvisionale e di rimborso delle spese di giudizio attraverso l’intervento diretto dello Stato.  Ciò è avvenuto, ad esempio, negli ultimi anni per i familiari dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nonché degli agenti di scorta uccisi nelle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Infatti la Corte di Assise che ha emesso le più recenti sentenze per tali episodi delittuosi ha riconosciuto l’esistenza delle finalità di terrorismo ed ha concesso a ciascuno dei familiari una provvisionale dell’importo di 500.000 euro.[32]                                                     Nelle altre ipotesi, l’indennizzo è sottoposto a limiti massimi (pari a 50.000 euro per l’omicidio, e a 25.000 euro per le lesioni personali gravissime). I benefici previsti nell’ordinamento italiano in favore delle vittime di terrorismo rappresentano un valido modello a livello internazionale, rispondendo alle indicazioni contenute:

  1. nelle Revised Guidelines of the Committee of Ministers of the Council of Europe on the protection of victims of terrorist acts, il cui paragrafo VIII stabilisce: Victims should receive fair, appropriate and timely compensation for the damages which they suffered. When compensation is not available from other sources, in particular through the confiscation of the property of the perpetrators, organisers and sponsors of terrorist acts, the State on the territory of which the terrorist act happened should contribute to the compensation of victims for direct physical or psychological harm, irrespective of their nationality. To this end States could consider the creation of specific funds, if they do not already exist;
  2. nelle Good Practices in Supporting Victims of Terrorism within the Criminal Justice Framework dell’UNODC (v. la p. 49).

Un modello ancora più avanzato è presente in Francia, dove è stato istituito un Fondo di Garanzia per le vittime di atti terroristici e altri reati, che consente di ottenere l’integrale risarcimento dei danni per le lesioni personali subite dalle vittime. Numerosi paesi mancano di una legislazione specifica sulle vittime del terrorismo, ma hanno una normativa avanzata per l’indennizzo a tutte le categorie di vittime di reati violenti (cfr. il final report del Technical Workshop on Solidarity with Victims of Terrorism).

In definitiva, dalla suesposta trattazione si ricavano alcuni principi. In primo luogo, perché sia garantita giustizia alla vittime del terrorismo, non sono sufficienti dei ristori meramente patrimoniali, ma è necessaria la punizione dei responsabili con sanzioni adeguate ed effettive, in conformità, tra l’altro, alla giurisprudenza della Corte Edu. Per i giudici di Strasburgo, infatti, le vittime di reato hanno diritto ad un ricorso effettivo sotto forma di processo penale, la cui mancanza comporta violazione dell’articolo 13 della CEDU.[33]

Pertanto, oltre alla previsione formale di un diritto di accesso al sistema giudiziario, lo Stato deve garantire anche l’effettività sostanziale della tutela delle persone offese.[34]

In secondo luogo, la protezione delle vittime, per usare un parallelismo con la condizione del colpevole, implica un’ulteriore esigenza di reinserimento, nel senso che queste ultime devono potere finalmente recuperare dai traumi subiti e intraprendere un nuovo percorso di vita.

Ciò implica che gli Stati si impegnino attivamente ad assistere le vittime, anche ex post e a prescindere dal momento processuale. Si rende cioè necessario, per riprendere alcuni passaggi precedenti, un approccio solidaristico incentrato sulla vittima e non meramente repressivo.

Per concludere con una considerazione di prospettiva, può dirsi che i tempi siano maturi per una riforma organica della materia da parte del legislatore italiano e, auspicabilmente, europeo, con un corpus unitario di norme che incrementi le tutele e coordini le disposizioni esistenti.

L’escalation di terrore e violenza rivolta, in modo particolare, contro gli Stati democratici esige una risposta immediata e unitaria da parte della comunità internazionale: nessuno stato può pensare di essere estraneo a questa battaglia di civiltà, i cui esiti si riveleranno decisivi per il futuro della pace e della democrazia.

 

[1] Il presente contributo riproduce, con alcune modifiche e integrazioni, la voce “Vittime del terrorismo”, contenuta nel “Dizionario dell’antiterrorismo”,  a cura di Ranieri Razzante, in corso di pubblicazione per la casa editrice Aracne, Roma.

[2] Dichiarazione sui Principi fondamentali di giustizia in favore delle vittime della criminalità e delle vittime di abusi di potere, Assemblea generale delle Nazioni Unite – Risoluzione n. 40/34 del 29/11/1985.

[3] Ideato dalle risoluzioni 1373 (2001) e 1624 (2005) del Consiglio di sicurezza, il CTC lavora per rafforzare la capacità degli Stati membri delle Nazioni Unite di prevenire atti terroristici sia all’interno dei loro confini che attraverso le regioni. È stato istituito sulla scia degli attacchi terroristici dell’11 settembre negli Stati Uniti. Il CTC è assistito dalla Direzione esecutiva del Comitato antiterrorismo (CTED), che esegue le decisioni politiche del Comitato, conduce valutazioni di esperti di ciascuno Stato membro e facilita l’assistenza tecnica antiterrorismo ai paesi.

[4] The Criminal Justice Response to Support Victims of Acts of Terrorism, para. 65

[5] Council of Europe, Recommendation Rec(2006)8 of the Committee of Ministers to member States on assistance

to crime victims, adopted by the Committee of Ministers on 14 June 2006.

[6] United Nations Office on Drugs and Crime, The Criminal Justice Response to Support Victims of Acts of Terrorism

(Vienna, 2012), pp. 15-32.

[7] The Criminal Justice Response to Support Victims of Acts of Terrorism, para. 64 and 65.

[8] See Handbook on Criminal Justice Responses to Terrorism, Criminal Justice Handbook Series (United Nations publication, Sales No. E.09.IV.2); The Criminal Justice Response to Support Victims of Terrorism; and UNODC, Human Rights and Criminal Justice Responses to Terrorism, Counter-Terrorism Legal Training Curriculum, Module 4 (Vienna, 2014).

[9] Report of the Special Rapporteur on the promotion and protection of human rights and fundamental freedoms

while countering terrorism (A/HRC/20/14).

[10] European Commission, Directorate General for Justice, guidance document related to the transposition and

implementation of directive 2012/29/EU of the European Parliament and of the Council of 25 October 2012

establishing minimum standards on the rights, support and protection of victims of crime, and replacing Council

framework decision 2001/220/JHA (Brussels, December 2013).

[11] Council of Europe, “Guidelines on the protection of victims of terrorist acts”, adopted by the Committee of

Ministers on 2 March 2005 at the 917th meeting of the Ministers’ Deputies. Madrid Memorandum on Good

Practices for Assistance to Victims of Terrorism Immediately after the Attack and in Criminal Proceedings

[12] Report of the Special Rapporteur on the promotion and protection of human rights and fundamental freedoms

while countering terrorism (A/HRC/20/14).

[13] Report of the Special Rapporteur on the promotion and protection of human rights and fundamental freedoms

while countering terrorism (A/HRC/20/14), paras. 38 and 39.

[14] Report of the Special Rapporteur on the promotion and protection of human rights and fundamental freedoms

while countering terrorism (A/HRC/20/14), para. 36.

[15] Madrid Memorandum on Good Practices in Supporting Victims of Terrorism, good practice n. 13.

[16] Guidance document related to the transposition and implementation of directive 2012/29/EU establishing

minimum standards on the rights, support and protection of victims of crime.

[17] Cfr. UNODC, Legislative guide for the implementation of the United Nations Convention against

transnational organized crime, p. 115.

[18] A. Confalonieri, Il ruolo della vittima e la sua tutela, in AA.VV., Criminalità organizzata transnazionale

e sistema penale italiano: la Convenzione ONU di Palermo, a cura di E. ROSI, Ipsoa, Milano,

2007, p. 293 ss.

[19] A. Confalonieri, op. cit., p. 295.

[20] In questo senso le indicazioni della Legislative guide for the implementation of the United Nations

Convention against transnational organized crime, p. 121.

[21] A. Confalonieri, op. cit., p. 301, che richiama l’esperienza degli U.S.A., dove il primo programma

di protezione dei testimoni fu introdotto dall’Organized Crime Control Act del 1970.

[22] A. Confalonieri, op. cit., pp. 295-296.

[23] A. Confalonieri, op. cit., pp. 297-298.

[24] M. Pisani, Per le vittime del reato, in Rivista italiana di diritto e procedura penale, 1989, p. 465 ss.

[25] A. Balsamo, La tutela delle vittime, dei testimoni e dei collaboratori di giustizia, in La Convenzione di Palermo:il futuro della lotta alla criminalità organizzata transnazionale, Giappichelli, Torino, 2020, p. 397

[26] A. Confalonieri, op. cit., p. 304.

[27] Tra queste misure, la Guida legislativa predisposta dall’UNODC menziona una spiegazione accurata e un ampio preavviso in ordine al procedimento, l’assistenza di un accompagnatore di sostegno per l’assunzione di informazioni in sede investigativa o per l’esame dibattimentale, la presenza di una scorta per recarsi nell’aula di udienza, ulteriori forme di supporto emotivo o psicosociale generale, l’assistenza per affrontare altre questioni pratiche connesse alla testimonianza.

[28] A. Confalonieri, op. cit., p. 305.

[29] A. Confalonieri, op. cit., p. 305.

[30] A. Confalonieri, op. cit., p. 309.

[31] A. Balsamo, Op.cit., p. 398.

[32] Corte d’assise di Caltanissetta, sent. 20 aprile 2017 (dep. 30 giugno 2018) n. 1, Pres. Balsamo, Est. Barlotti, imp. Madonia e altri.

[33] Corte EDU, A c. Croazia, n. 55164/08, 14 ottobre 2010, punti 78 e 87.

[34] Corte EDU, M.C. c. Bulgaria, n. 39272/98, 4 dicembre 2003, punti 150-151.