ISSN 2784-9635

L’applicabilità delle norme previste dal D.Lgs. n. 231/2001 alle società unipersonali

Elena Shiva Tarighinejad - 01/02/2022

Una questione particolarmente dibattuta è quella relativa all’applicabilità delle norme previste dal d.lgs. n. 231/2001 nei confronti delle società di capitali unipersonali.

Invero, «nonostante gli sforzi compiuti dal legislatore nel tentativo di circoscrivere in modo chiaro e preciso il novero dei potenziali soggetti attivi del nuovo modello di responsabilità da reato procedendo ad un’elencazione tassativa tanto dei suoi destinatari, quanto dei soggetti esclusi, al banco della prassi sono emersi – a causa di talune lacune o imperfezioni originarie del testo normativo – non pochi dubbi interpretativi»[1]. Tra questi, rientrano quelli relativi alla categoria delle società unipersonali.

Sul punto, non vi è uniformità di vedute in dottrina.

A tal proposito, si sottolinea che, alla luce della lettera dell’art. 1, d.lgs. n. 231/2001, anche le società di capitali unipersonali devono considerarsi comprese tra i destinatari della disciplina in esame[2], sebbene, in tale ipotesi, lo “schermo” societario assolva «l’essenziale funzione di limitazione della responsabilità, senza però che si determinino vere differenze qualitative – almeno rispetto alla sostanza economica del fenomeno – con l’impresa individuale»[3].

In senso negativo si osserva che, in presenza di «enti formalmente riconducibili a un singolo individuo (persone giuridiche “a socio unico”), caratterizzate dalla coincidenza (in concreto) tra persona fisica ed entità giuridica»[4], si prospetterebbe il rischio di una violazione del principio del ne bis in idem sostanziale[5].

Si afferma, infatti, che la presenza di una ristretta base personale e le ridotte dimensioni dell’azienda non consentono di tracciare, sul piano dell’interesse, un discrimine netto tra l’ente e l’autore del reato.

In questo caso, pertanto, l’inflizione di una sanzione nei confronti dell’ente dopo che la persona fisica autore del reato è già stata sanzionata, porterebbe con sé il rischio di una duplicazione sanzionatoria confliggente con il principio in esame, dato che un identico centro di interessi sarebbe punito due volte in relazione al medesimo fatto[6].

A tal proposito, tuttavia, si evidenzia, alla stregua del diritto positivo, la netta distinzione intercorrente tra gli interessi e rapporti giuridici che fanno capo alla società, rispetto a quelli del suo socio unico.

Invero, «le opinioni dottrinali che ritengono applicabili il diritto punitivo degli enti solo nelle ipotesi in cui sia ravvisabile una adeguata “distinguibilità” tra ente e persone fisica devono, infatti, essere disattese, in quanto è la stessa soggettività giuridica dell’ente che consente di distinguere la persona fisica dall’ente metaindividuale. La nozione di centro di interessi, è, infatti, equivoca e non può condizionare l’applicazione del d.lgs. 231/01»[7].

La medesima dottrina sottolinea, peraltro, l’impossibilità di un’assimilazione della società unipersonale all’esercizio in forma individuale dell’attività di impresa.

La società infatti, è caratterizzata da un’autonomia patrimoniale tale da renderla un soggetto distinto dal suo titolare e da determinarne la sottoposizione a un regime giuridico che differisce da quello concernente l’imprenditore individuale.

Ancora, in senso negativo, si ritiene che le modeste dimensioni della società costituiscano un fattore ostativo all’applicazione della disciplina di cui al d.lgs. n. 231/2001; invero, risulterebbe diseconomica l’applicazione, nei confronti di tali organizzazioni minimali, del complesso apparato sanzionatorio previsto per l’illecito amministrativo derivante da reato.

Tuttavia, a ciò si obietta che l’esclusione degli enti di modeste dimensioni dalla responsabilità da reato non rinviene adeguato fondamento normativo e appare altresì smentita dalla previsione di cui all’art. 6, comma 4, d.lgs. n. 231/2001.

Tale disposizione, in particolare, prevedendo in relazione agli enti di piccole dimensioni la possibilità dell’organo dirigente di svolgere direttamente il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli e di curare il loro aggiornamento, mette in luce la volontà del legislatore delegato di assoggettare alla responsabilità da reato anche le organizzazioni caratterizzate da dimensioni modeste.

Di conseguenza «una volta raggiunta la soglia di entificazione non pare vi sia spazio per aree di esonero da responsabilità. In tale contesto sistematico, non può pertanto dubitarsi della idoneità della società unipersonale ad assurgere a destinataria delle prescrizioni e delle sanzioni di cui al d. lgs. 231/2001, anche nelle ipotesi in cui tale compagine, in assenza di una articolata organizzazione interna, paia difficilmente distinguibile sul piano economico dall’esercizio dell’attività di impresa in forma individuale»[8].

Dal canto suo , la giurisprudenza di legittimità ritiene che «La disciplina del d.lgs. n. 231 del 2001 è […] riferita agli enti, sintagma che evoca l’intero spettro dei soggetti di diritto non riconducibili alla persona fisica […] indipendentemente dal conseguimento o meno della personalità giuridica e dallo scopo lucrativo o meno perseguito dagli stessi, come evidenzia in modo inequivoco il riferimento agli “enti forniti di personalità giuridica e… associazioni anche prive di personalità giuridica” operato dall’art. 1, comma secondo, di tale testo normativo Se, pertanto, il presupposto indefettibile per l’applicazione del diritto sanzionatorio degli enti è l’esistenza di un “soggetto di diritto metaindividuale” […], quale autonomo centro di interessi e di rapporti giuridici, è certamente ascrivibile al novero dei destinatari del d.lgs. n. 231 del 2001 anche la società unipersonale, in quanto soggetto di diritto distinto dalla persona fisica che ne detiene le quote»[9].

Più di recente, con la sentenza n. 45100 del 6 dicembre 2021, la Sesta Sezione della Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sul punto, affermando testualmente che «la società unipersonale è un soggetto giuridico a cui si applicano, ai sensi dell’art. 1 del d.lgs. n. 231 del 2001, le norme previste dal d.lgs. in questione».

Inoltre, si sottolinea che il problema dell’inclusione della società unipersonale nel perimetro operativo della disciplina suddetta, differisce da quello concernente l’applicabilità di quest’ultima nei confronti dell’impresa individuale.

Tuttavia, come sottolinea la stessa Corte «si è consapevoli che la estrema semplificazione della struttura, l’origine e la consistenza patrimoniale dell’ente, la gestione della società unipersonale inducono a ritenere, sul piano percettivo, inesistenti le differenze con l’impresa individuale ed a considerare di fatto coincidenti i due soggetti».

Ciò nonostante, si tratta di due istituti destinati a differire fra loro, poiché la società unipersonale si configura pur sempre come un soggetto giuridico autonomo e distinto dalla persona fisica dell’unico socio.

In particolare, essa rappresenta «un soggetto metaindividuale a cui la legge riconosce, in presenza di determinati presupposti, una personalità diversa rispetto a quella della persona fisica. Si tratta cioè di un soggetto che ha un proprio patrimonio autonomo, che costituisce un autonomo centro di imputazione di interessi, che ha una sua soggettività, che la legge fa discendere automaticamente in presenza di determinati presupposti».

Dal canto suo, la dottrina definisce la società con un unico socio come «un ente autonomo da quest’ultimo, all’interno del quale viene formata la volontà negoziale secondo precise regole organizzative, che acquista diritti e assume obblighi secondo regole di imputazione proprie e che espone alla responsabilità per l’adempimento di questi il patrimonio di cui viene dotata, al pari di ogni società pluripersonale: ciò si traduce nel riconoscimento agli organismi in questione della personalità giuridica»[10].

Per contro, l’impresa individuale non si configura come un ente, anche nell’ipotesi di una particolare complessità della sua organizzazione interna. Ciò determina la sua esclusione dall’ambito applicativo della responsabilità degli enti.

In definitiva, la società a responsabilità limitata unipersonale è un soggetto giuridico nei cui confronti trova applicazione il d.lgs. n.231/2001.

Tuttavia, come sottolinea la Corte, in presenza di siffatta tipologia societaria sorge l’esigenza di accertare in concreto la sussistenza dei presupposti necessari ai fini dell’affermazione della responsabilità dell’ente.

In tal modo, devono essere contemperate due distinte esigenze, ossia quella di  «evitare violazioni del principio del bis in idem sostanziale, che si realizzerebbero imputando alla persona fisica un cumulo di sanzioni punitive per lo stesso fatto, e quella opposta, quella, cioè, di evitare che la persona fisica, da una parte, si sottragga alla responsabilità patrimoniale illimitata, costituendo una società unipersonale a responsabilità limitata, ma, al tempo stesso, eviti l’applicazione del d.lgs. n. 231 del 2001, sostenendo di essere una impresa individuale».

Tale accertamento appare legato non solo a criteri di carattere quantitativo, ma anche e, soprattutto, a criteri funzionali «fondati sulla impossibilità di distinguere un interesse dell’ente da quello della persona fisica che lo “governa”, e dunque, sulla impossibilità di configurare una colpevolezza normativa dell’ente – di fatto inesigibile – disgiunta da quella dell’unico socio».

Nell’ambito dell’accertamento sulla base dei criteri di imputazione oggettiva e soggettiva dettati dal d.lgs. n. 231/2001, assume rilievo «la distinzione e la distinguibilità fra l’interesse della società e quello della persona fisica del rappresentante».

La verifica deve snodarsi attraverso l’accertamento delle dimensioni dell’impresa, dell’attività concretamente svolta, dell’organizzazione della società, dei rapporti tra quest’ultima e il socio unico e, infine, dell’esistenza di un interesse sociale e del suo effettivo perseguimento.

La Suprema Corte sottolinea la necessità di un nesso «funzionale» tra persona fisica ed ente, ai fini dell’imputazione dell’illecito nei confronti di quest’ultimo.

Ne deriva che la responsabilità dell’ente è esclusa allorché la persona fisica incardinata nella struttura dell’ente abbia agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi, ai sensi dell’art. 5, comma 2, d.lgs. n. 231/2001.

Peraltro, come si legge nella Relazione ministeriale al d. lgs n. 231/2001, tale norma «stigmatizza il caso di “rottura” dello schema di immedesimazione organica; si riferisce cioè alle ipotesi in cui il reato della persona fisica non sia in alcun modo riconducibile all’ente perché non realizzato neppure in parte nell’interesse di questo».

Alla luce delle considerazioni sovraesposte, il giudice di legittimità ha ritenuto che il Tribunale non abbia proceduto a una corretta applicazione di tali principi «essendosi limitato ad affermare che le società ricorrenti non costituirebbero un autonomo centro di interessi distinti dalla persona fisica – unico socio ed autore del reato presupposto – e dunque non sarebbero di fatto assoggettate al d.lgs. n. 231 del 2001, trattandosi di imprese sostanzialmente individuali. Un ragionamento viziato, in cui nessuna indicazione è stata fornita su come nel tempo dette società abbiano operato, sulle dimensioni delle imprese, sulla loro struttura organizzativa, su quali siano stati i rapporti tra esse e l’unico socio, quale sia stata l’attività in concreto posta in essere, se sia distinguibile un interesse della società da quello del socio unico».

Di conseguenza, la Suprema Corte, annullando l’ordinanza impugnata e rinviando per nuovo esame al Tribunale, demanda a quest’ultimo il compito di verificare, in applicazione dei principi de quibus e ferma restando l’assoggettabilità delle società in questione al d.lgs. n. 231 del 2001, «se ed in che termini il reato commesso dalla persona fisica sia imputabile agli enti secondo i criteri previsti dal d.lgs. in questione».

[1] Così AMARELLI G., Art. 1, in Codice commentato “Compliance aziendale e responsabilità da reato degli enti collettivi”, a cura di G. Castronuovo-G. De Simone-L. Luparia, Milano, 2019, 30.

[2] Così LOTTINI R., La responsabilità da reato degli enti: natura e principi generali, in Diritto penale dell’economia, diretto da Cadoppi A., Canestrari S., Manna A., Papa M., II, Torino, 2019, 2853.

[3] Così STORTONI L. – TASSINARI D., La responsabilità degli enti: quale natura? quali soggetti, in Indice pen., 2006, 23.

[4] Così SCOLETTA M., La responsabilità da reato delle società: principi generali e criteri imputativi nel d.lgs. n. 231/2001, in Canzio-Cerqua-Luparia (a cura di), Diritto penale delle società, Padova, 2014, 878.

[5] PIERGALLINI C, La disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche e delle associazioni. Sistema sanzionatorio e reati previsti dal codice penale, in Dir. pen. proc., 2001, 1358;

[6] PIERGALLINI C., I reati presupposto della responsabilità dell’ente e l’apparato sanzionatorio, in LATTANZI G. (a cura di), Reati e responsabilità degli enti, Milano, 2010, 211 ss.

[7] Così D’ARCANGELO F., La responsabilità da reato delle società unipersonali nel d.lgs. 231/2001, in Resp. Amm. Soc. e enti, 2008, 3, 147 ss.

[8] D’ARCANGELO F., op cit., 147 ss.

[9] Cass. Pen., Sez. VI, 25 ottobre 2017, n. 49056, in C.E.D. Cass., n. 271564.

[10] CIAN M., L’organizzazione produttiva: elementi costitutivi, in CIAN M. (a cura di), Manuale di diritto commerciale Torino, 2018, 262.