ISSN 2784-9635

L’attribuzione della competenza dell’Autorità proponente le misure di prevenzione: la valutazione dinamica del “criterio del fatto più grave”

Armando Tadini - 20/05/2020

Per l’attribuzione della competenza dell’Autorità proponente le misure di prevenzione personali e patrimoniali previste dal Decreto Legislativo n. 159/2011, assume rilievo il criterio della dimora del proposto, che, per costante e consolidata giurisprudenza della Suprema Corte, deve essere inteso come il luogo in cui quest’ultimo, al momento della proposta o al momento della decisione, ha tenuto i comportamenti sintomatici della sua pericolosità sociale, traendo da essa vantaggi anche e soprattutto di natura economica o patrimoniale.

Ciò che, quindi, rileva è lo spazio geografico – ambientale nel quale il proposto manifesta o ha manifestato i comportamenti ritenuti socialmente pericolosi, siano essi di tipo qualificato che di tipo comune: non assumono, quindi, alcuna valenza le risultanze anagrafiche ed il luogo in cui egli abitualmente vive o dimora.

Quanto sopra è perfettamente compatibile con quella che è la finalità della misura di prevenzione, il cui obbiettivo è prevenire le manifestazioni di pericolosità degli individui nel contesto territoriale in cui la stessa si manifesta, si alimenta e si rafforza.

Nel caso in cui, la ricostruzione della biografia criminale del proposto evidenzi plurimi comportamenti delittuosi di tipo “comune”, tenuti in luoghi differenti, ai fini della determinazione della competenza, ha sempre assunto rilievo il criterio del fatto più grave, ovvero quello che la norma punisce con la pena edittale più alta, oppure quello manifestatosi con maggiore continuità.

Tale considerazione discende dal fatto che il giudizio di prevenzione consiste nell’inquadramento di una “condizione” e non in un giudizio ricostruttivo di un singolo ed unico fatto o episodio: la pericolosità sociale è, da sempre, definita come l’attitudine di un soggetto a commettere in futuro attività illecite, attitudine che rende, conseguentemente, necessaria l’attivazione di una particolare vigilanza da parte degli organi di pubblica sicurezza.

Il medesimo criterio deve essere seguito anche nel caso di soggetti contraddistinti da “pericolosità qualificata”, quali sono gli indiziati di appartenenza ad associazione mafiosa o gli indiziati di commissione di uno dei reati previsti dal comma 3 bis dell’articolo 51 del C.P.P.

In tali situazioni assume rilevo il cosiddetto “criterio territoriale”, fondato, appunto, sul luogo ove l’associazione ha operato prevalentemente, rimanendo irrilevanti eventuali ramificazioni e derivazioni, ovvero il luogo di localizzazione della struttura o del gruppo associativo della cui partecipazione il proposto è indiziato.

La sentenza emessa il 24.04.2019 dalla Seconda Sezione della Suprema Corte (n.784/2019 RGNR n. 40658/2018)  ha, per così, “aggiornato” tali criteri, specificando che “il rinvio alla collocazione spaziale della condotta di maggiore gravità … non può essere oggetto di una verifica statica ma, piuttosto, deve essere colta in una prospettiva dinamica caratterizzata dal fondamentale criterio dell’attualità della pericolosità”.

I fatti oggetto della pronuncia del 24.04.2019 hanno riguardato un soggetto, già indiziato di appartenenza ad una cosca dell’ndrangheta radicata in Calabria, ma, dall’anno 2001, trasferitosi a Roma dove, in epoca ancora più recente (ovvero dal 2004 al 2013) avrebbe commesso più fatti di interposizione fittizia, in conseguenza delle quali pendeva un processo di primo grado.

Avverso il decreto con il quale la Corte d’Appello di Reggio Calabria confermava il provvedimento di primo grado emesso dal locale Tribunale, e disponente l’applicazione della misura personale ed il sequestro di diversi beni mobili (quote societarie, titoli e somme di denaro) e immobili, la difesa presentava appello evidenziando, tra l’altro, la violazione di legge in relazione proprio alla ritenuta competenza territoriale del Tribunale di Roma.

In sostanza, la difesa osservava che la Corte d’Appello aveva fatto erroneamente riferimento al concetto di maggiore gravità, concetto che non appare coerente con il presupposto del procedimento di prevenzione, costituito dalla pericolosità del soggetto e della sua attualità.

I Supremi Giudici accoglievano il ricorso della difesa del proposto annullando senza rinvio i decreti di primo e di secondo grado e trasmettendo gli atti al Tribunale di Roma ritenuto appunto territorialmente competente.

Tale valutazione, concorde con il rispetto del principio dell’attualità della pericolosità sociale (la condotta mafiosa, per la quale era tra l’altro intervenuta assoluzione, era relativa a fatti antecedenti all’anno 2001) rivisto nel novembre 2017 dalle Sezioni Unite (imputato Gattuso) proprio con riferimento alle situazioni cosiddette “qualificate”, valorizza altresì gli effetti negativi che il rinvestimento dei capitali illeciti produce nell’economia legale.

Nel caso in specie, infatti, tali effetti si sono manifestati nella capitale, luogo ove sono state commesse le condotte criminali più recenti che, tra l’altro, sono proprio quelle che hanno consentito la formazione e l’accumulazione della maggior parte del patrimonio colpito dall’intervento ablativo.

Il “suggerimento” della Suprema Corte è stato immediatamente accolto in un decreto di sequestro emesso dal Tribunale di Milano nell’ambito di un procedimento di prevenzione riguardante un imprenditore del settore delle cooperative di produzione lavoro, stabilmente dedito (fino all’anno 2018), quale responsabile di un’associazione a delinquere, radicata in provincia di Milano e Pavia, e dedita alla commissione di illeciti tributari e di intermediazione, ed illecito sfruttamento della manodopera.

La necessità della “valutazione dinamica della condotta di maggiore gravità” ha consentito il radicamento del procedimento del capoluogo lombardo, anche a fronte della presenza di una condanna non ancora definitiva per episodi più gravi (tra i quali anche la corruzione di pubblici ufficiali), commessi, tuttavia, in epoca più remota ed in un’altra provincia del Paese.

Cass pen sez. II 24-04-2019 n22512