L’insostituibilità del Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo (Cass. n. 3731/2020)

Avv. Giulia Alecce - 07/04/2021

La quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione torna a pronunciarsi, con la sentenza 29 gennaio 2020, n. 3731, in merito alla responsabilità penale che origina da un infortunio sul lavoro, e della relativa responsabilità “amministrativa” a carico della persona giuridica, ai sensi del D.lgs. 231/2001. Ed è proprio in virtù della stessa pronuncia che i giudici di legittimità, non solo ripercorrono i principali approdi giurisprudenziali in materia, ma, altresì, rammentano la centralità operativa del Modello di organizzazione, gestione e controllo, la sua insostituibilità per l’appunto, e la relativa capacità esimente.

In primis, la menzionata sentenza ribadisce (come già affermato con la sentenza n. 38343/2014) che la responsabilità “amministrativa” dell’ente, rappresenta un forma di responsabilità tertium genus, in quanto riesce a coniugare mondi apparentemente lontani come quello del diritto penale, in cui vige il principio della personalità della responsabilità penale ai sensi dell’art. 27 della Carta Costituzionale, e quello del diritto amministrativo. In particolare, si rimarca il riparto dell’onere probatorio: invero, l’onere di dimostrare l’esistenza di un illecito dell’ente ricade in capo alla pubblica accusa, mentre alla persona giuridica “incombe l’onere, con effetti liberatori, di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del reato, modelli di organizzazione e gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi.” Difatti la responsabilità degli enti si fonda sui cd. “compliance programs”, ossia i modelli di organizzazione e gestione (MOG), i quali rappresentano un importantissimo strumento per evitare di incorrere in sanzioni amministrative. Inoltre, il Modello, per essere considerato efficace, deve essere costantemente aggiornato, poiché solo così è possibile prevenire la commissione dei reati di ultima introduzione nella normativa. Successivamente, risulta opportuno una mappatura dei rischi, in modo da individuare tutte le aree esposte, insieme ad una valutazione del sistema di controllo interno, affidata ad un organo ad hoc, l’Organismo di Vigilanza. I Modelli, oltretutto, devono comprendere una vera e proprio analisi circa le risorse finanziarie per fronteggiare la commissione di reati, e devono poi prevedere obblighi di informazione e, contestualmente, istituire un sistema disciplinare.

Orbene, si sottolinea che, per esonerare l’ente dalla responsabilità, non è sufficiente la prova che non vi sia stata colpa di organizzazione nella società, poiché occorre un quid pluris, costituito dalla prova che il sistema prevenzionale messo a punto dall’ente sia stato dolosamente aggirato dall’amministratore; ciò, inevitabilmente, sposta l’asse della prova liberatoria sul terreno del nesso di causalità, perché la dimostrazione della elusione fraudolenta dei controlli interni da parte dei vertici aziendali rappresenta un diverso modus di atteggiarsi del rapporto di causalità in ambito penale.

L’art. 6 del D.lgs. 231/2001, tuttavia, non chiarisce cosa si intenda per Modello di organizzazione, gestione e controllo e, piuttosto, nei successivi commi, si preoccupa di chiarirne il contenuto. La sentenza in esame chiarisce, inequivocabilmente, come non sia sufficiente addurre, ai fini di una mitigazione ovvero esenzione della responsabilità della società, in tema del rispetto delle norme a tutela dei lavoratori, l’efficacia di un documento di valutazione dei rischi (DVR) in quanto “è cosa diversa dal richiamato modello organizzativo”. Il Supremo Collegio, quindi, giunge alla conclusione che “la stessa organizzazione, non avendo dimostrato l’esistenza dello stesso ai sensi del D.Lgs. 231/2001, non possa attribuirsi efficacia esimente della responsabilità “amministrativa” delle persone giuridiche”. Difatti, il DVR si rivolge ai lavoratori, con il fine di informarli circa i pericoli legati alla specifica attività lavorativa svolta, riporta l’analisi dei rischi sul lavoro in una chiave tecnica e individua le misure di prevenzione individuali e collettive; il MOG, al contrario, si rivolge a tutti quei soggetti, membri del management aziendale, che potrebbero commettere reati.

La corretta ed efficace adozione di un Modello di organizzazione, gestione e controllo, in conformità oltretutto a quanto previso nell’art. 30 del D.lgs. 81/2008, rappresenta una occasione per l’imprenditore collettivo di dotarsi degli strumenti di risk management idonei, vale a dire in grado di evitare imputazioni a titolo di “colpa nell’organizzazione”, o, almeno, mitigarne le pregiudizievoli conseguenze fornendo nel processo il primo argomento probatorio difensivo utile a conseguire effetti a natura liberatoria. L’efficacia del Modello deve essere garantita attraverso la verifica costante della sua corretta applicazione e la previsione di un adeguato sistema sanzionatorio.

Il Supremo Collegio, tuttavia, rammenta la possibilità per le piccole-medio imprese di redigere un Modello semplificato, in grado di far fronte alle esigenze di costo e di organizzazione delle stesse. Pertanto tale Modello si caratterizza per principi sintetici e facilmente fruibili, per la presenza di parti speciali ridotte alle fattispecie di reato per cui maggiore è la rischiosità di verificazione dell’evento e per regole operative calate nei processi aziendali già esistenti.

Dunque è possibile pervenire alla conclusione secondo la quale il Modello di organizzazione, gestione e controllo è un upgrade dei sistemi di gestione, con cui è necessario che tutti gli enti si interfaccino. Adottare e quindi attuare in azienda un Modello di organizzazione, gestione e controllo significa agire sulla “componente cromosomica aziendale[1], quella cioè che ruota attorno alla risorsa umana nonché alla struttura organizzativa che la governa, ovvero, alla gestione dello sviluppo delle competenze e delle capacità ed al grado di compartecipazione e di coinvolgimento della stessa.

In definitiva, la Suprema Corte di Cassazione, nella predetta sentenza, giunge proprio ad affermare che, adottare oggi, un Modello di tal fatta comporta la razionalizzazione ed armonizzazione del modus operandi aziendale; permette, inoltre, di definire modalità operative univoche, condivise e ripetibili nel tempo, in modo da poter affrontare e tenere sotto controllo il rischio residuo, valutato e classificato nel Documento di Valutazione dei Rischi.

 

Approfondimenti: Cassazione penale sez. IV – 07-11-2019 n. 3731

 

 

[1] Costruire un modello di governance. Organizzazione, gestione e controllo, di Roberto Galdino, 2019.