ISSN 2784-9635

L’ultima giurisprudenza della Suprema Corte in tema di mandato di arresto europeo e statuto garantistico della persona offesa dal reato

Dott.ssa Bianca Innamorati - 09/01/2022

Con la sentenza n. 47244, depositata il 28 dicembre 2021, la Sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha affermato che l’art. 90 c.p.p. non si applica al procedimento di consegna esecutivo di un mandato di arresto europeo, non rientrando la persona offesa, a norma dell’art. 17, comma 1, legge 22 aprile 2005, n. 69, tra i soggetti legittimati a parteciparvi.

Nel caso de quo, la Suprema Corte si è pronunciata con riferimento alla richiesta del partito politico “Vox” di intervenire quale persona offesa nel procedimento di esecuzione del mandato di arresto europeo, emesso in data 14 ottobre 2019, nei confronti di Carles Puigdemont Casamajò dal Tribunal Supremo di Spagna, per i reati di sedizione e malversazione (artt. 544-545 e 252 del codice penale spagnolo) commessi in relazione all’indizione del referendum, tenutosi nell’ottobre del 2017 per l’indipendenza della Catalogna.

Con il primo motivo di ricorso avverso le ordinanze con cui la Corte di Appello di Cagliari – Sezione distaccata di Sassari – rigettando la richiesta del movimento politico di partecipare al procedimento a carico del Puigdemont, deduceva che gli unici soggetti legittimati a intervenire fossero il Procuratore generale, il difensore, la persona richiesta in consegna e, se presente, il rappresentante dello Stato richiedente, la difesa del partito in questione prospettava, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b), c.p.p., la violazione dell’art. 90, comma 1, c.p.p. nonché l’erronea applicazione da parte del collegio sardo dell’art. 17, primo comma, della legge n. 69 del 2005 – in materia di mandato di arresto europeo – e dell’art. 702 c.p.p. – in materia estradizionale – non escludendo tali norme, ad avviso del ricorrente, in ossequio alla previsione generale di cui al richiamato art. 90 c.p.p., il diritto della persona offesa a presentare memorie in ogni stato e grado del procedimento relativo all’esecuzione del mandato di arresto europeo.

Ebbene, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso per infondatezza del primo motivo dedotto – stante l’assorbimento del secondo – rilevando che l’art. 17, primo comma, della legge n. 69 del 2005, nel mutuare l’archetipo delineato per il procedimento estradizionale dall’art. 702 c.p.p., enuncia tassativamente i soggetti legittimati a intervenire nel procedimento di esecuzione del mandato di arresto europeo innanzi all’autorità giudiziaria, non contemplando la persona offesa che non rivesta la contemporanea qualità di danneggiato costituito parte civile. “Nessuno spazio è, dunque, previsto nella disciplina interna, né tanto meno nella decisione quadro 2002/584 per l’intervento di parti diverse da quelle espressamente contemplate e, segnatamente, di parti private diverse dalla persona richiesta in consegna”.

Tantomeno potrebbe trovare applicazione nella procedura passiva di consegna in esecuzione di un mandato di arresto europeo, la previsione generale interna di cui all’art. 90 c.p.p., che consente alla persona offesa il deposito di memorie in ogni stato e grado del giudizio, come quella depositata telematicamente in data 1° ottobre 2021 dal “Partido Politico Vox” nell’aderire alla richiesta di consegna formulata dall’autorità giudiziaria spagnola.

In primo luogo, argomenti propriamente logico-letterali ostano a monte all’applicabilità di una simile norma nel procedimento de quo. L’art. 39, primo comma, della legge n. 69 del 2005 sancisce, infatti, che: «Per quanto non previsto dalla presente legge si applicano le disposizioni del codice di procedura penale e delle leggi complementari, in quanto compatibili», qualificando il sistema delineato dalla legge italiana di attuazione della decisione quadro sul mandato di arresto europeo (2002/584/GAI) come “aperto”. “L’operatività della clausola di rinvio alla disciplina processuale comune postula, tuttavia, sul piano logico, una lacuna nella legge n. 69 del 2005 e che la disposizione di cui si invoca l’applicazione sia compatibile con gli scopi della disciplina e la natura del procedimento in materia mandato di arresto europeo. Nel caso di specie, tuttavia, l’elencazione tassativa dei soggetti ammessi a contraddire in ordine all’esecuzione del mandato di arresto europeo innanzi all’autorità giudiziaria italiana operata dall’art. 17, primo comma, della legge n. 69 del 2005 esclude in radice la ricorrenza di una lacuna della legge”.

In secundis, dal punto di vista interpretativo-teleologico della ratio legis della norma generale di cui all’art. 90 c.p.p.– come rilevato anche dal Procuratore generale presso la Corte di Cassazione – i diritti e facoltà della persona offesa del reato, sanciti dalla norma in questione, hanno ragion d’essere solo nell’ambito del procedimento interno e non già in un procedimento fondato sul principio del reciproco riconoscimento, il cui scopo è quello di garantire la celere consegna di una persona per poterla sottoporre a processo o per eseguire una pena nei suoi confronti, essendo pertanto la natura stessa del procedimento di verifica delle condizioni per l’esecuzione della consegna all’autorità giudiziaria estera del soggetto richiesto, incompatibile in nuce con l’applicazione dell’art. 90 c.p.p. invocato dal ricorrente.

Quanto alle ulteriori censure sollevate in relazione agli artt. 24 e 111, terzo comma, Cost., a fronte  dell’asserita lesione dei diritti fondamentali della persona offesa sub specie del diritto di difesa «inviolabile in ogni stato e grado del procedimento» e dello svolgimento di un “due process of law”, nel quale tutte le parti possano rappresentare la propria posizione, nonché dell’art. 47, par. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che protegge e garantisce il “right to the court” della persona offesa del reato, come interpretato dalla giurisprudenza della Corte EDU, da ultimo, nella sentenza del 18 marzo 2021, sul caso Petrella c. Italia, richiamata dalla difesa, la Sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha ritenuto del tutto inconferenti per fondare l’intervento della parte lesa nella procedura passiva di consegna in esecuzione di un mandato di arresto europeo, tanto i parametri costituzionali e sovranazionali genericamente invocati, quanto i precedenti della Corte di Strasburgo richiamati come concorrenti a configurare lo statuto europeo della vittima del reato, sub specie delle prerogative ad essa spettanti nel “criminal proceeding” e, dunque, nel processo penale di merito, non estensibili ad un procedimento quale quello di esecuzione del mandato di arresto europeo, atteso che questo non contempla alcuna interlocuzione sul merito dell’accusa elevata.

Indipendentemente dalla trasponibilità astratta dello statuto europeo della vittima del reato nella disciplina del mandato di arresto europeo, i giudici di legittimità si sono orientati nel senso di ritenere inapplicabile nel caso concreto e, dunque, al partito politico “Vox”, le norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato delineate, in particolare, dalla direttiva 2012/29/UE. “Come chiarito, infatti, dalla definizione di vittima enunciata di cui all’art. 2, par. 1, lett. a), della citata direttiva, in tale categoria non rientrano le persone giuridiche (…), bensì solo la «persona fisica che ha subito un danno, anche fisico, mentale o emotivo, o perdite economiche che sono stati causati direttamente da un reato».”.

Pertanto, la Suprema Corte ha confermato l’esclusione della legittimazione del movimento politico “Vox” ricorrente ad interloquire in ordine ai provvedimenti adottati dalla Corte di appello di Cagliari – Sezione distaccata di Sassari – nella procedura passiva di consegna del Puigdemont.

Si allega di seguito il testo integrale della sentenza 16 dicembre 2021, n. 47244 – depositata il 28 dicembre 2021 – della VI sezione penale della Corte di Cassazione: Cass., 16 dicembre 2021, dep. 28 dicembre 2021, n. 47244