ISSN 2784-9635

L’ultima giurisprudenza della Suprema Corte in tema di mandato di arresto europeo sulle condizioni di detenzione nello Stato emittente

Gloria Lazzaro - 20/05/2021

Con la sentenza n. 18124 del 6 maggio u.s., la Sesta sezione penale si è pronunciata sulla manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 18-bis, comma 2, l. 22 aprile 2005, n. 69, così come modificato dall’art. 15 d.lgs. 2 febbraio 2021, n. 10, in relazione agli artt. 3 e 27, comma 3, Cost., nella parte in cui esclude dal beneficio del rifiuto facoltativo della consegna i cittadini di altro Stato membro dell’Unione Europea che non abbiano maturato una permanenza sul territorio italiano di almeno 5 anni, in quanto tale scelta non appare irrazionale, né lesiva del principio di eguaglianza, né contraria alle finalità di reinserimento sociale del condannato, così come osservato dalla Corte di giustizia della Unione europea nella sentenza 6 ottobre 2009, Wolzenburg, C 123/08.

Lo scorso 17 marzo 2021 La Corte d’appello di L’Aquila ha disposto la consegna di un cittadino rumeno all’Autorità giudiziaria rumena, in esecuzione di un mandato di arresto europeo emesso nei suoi confronti in data 5 febbraio 2021 dal Tribunale di Cluj, per l’esecuzione di una sentenza di condanna definitiva alla pena di anni tre, mesi uno e giorni dieci di reclusione per il reato di evasione fiscale in forma qualificata e continuata, commesso tra il 2012 e il 2014.

Il difensore di fiducia, avverso la decisione, ha proposto ricorso per Cassazione deducendo quattro motivi:

  1. Con il primo motivo si censurava la violazione degli artt. 2 e 18 della legge 22 aprile 2005 n. 69 come modificata dal D.lgs. 2 febbraio 2021 n.10, con particolare riguardo al mancato riconoscimento della condizione ostativa all’accoglimento della richiesta di consegna, a fronte della sussistenza di un pericolo grave e attuale di violazione dei diritti inalienabili della persona a causa della situazione di sovraffollamento carcerario e della complessiva inadeguatezza degli istituti detentivi rumeni con la conseguente potenziale violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti ex art. 3 CEDU. Il difensore evidenziava, a tal proposito, il mancato adempimento da parte della Corte di appello di L’Aquila dell’onere di attivare il potere/dovere, previsto all’art. 16 l.n. 69/2005 di verificare in concreto l’esistenza di adeguate garanzie, anche eventualmente attraverso il ricorso ad un autonomo supplemento in istruttoria.

 

  1. Con il secondo motivo la difesa censurava analoghi vizi in relazione al mancato riconoscimento della condizione ostativa all’accoglimento della richiesta di consegna, stante la sussistenza di un pericolo grave e attuale di violazione del diritto fondamentale alla salute del condannato considerate le gravi carenze igienico sanitarie registrate nel sistema penitenziario rumeno aggravato, altresì, dalla situazione epidemiologica legata alla diffusione della pandemia da Covid-19.

 

  1. Con il terzo motivo era d’interesse della difesa censurare l’illegittimità costituzionale dell’art. 18-bis, comma 2, della legge 22 aprile 2005 n. 69, come modificato dall’art. 15 D.lgs. 2 febbraio 2021 n. 10, per violazione degli artt. 3 e 27 co. 3 Cost. laddove viene prevista una preclusione assoluta a beneficiare del rifiuto facoltativo della consegna per tutti coloro che, come cittadini di un altro Stato membro europeo, non hanno maturato una permanenza sul territorio italiano di almeno 5 anni.

 

  1. Con il quarto motivo, infine, si deduceva l’illegittimità costituzionale dell’art. 28 del decreto legislativo summenzionato per violazione dell’art. 3 Cost. in merito all’applicabilità della normativa precedente, più favorevole, soltanto ai procedimenti in cui il consegnando fosse già in stato di arresto ovvero la Corte di appello avesse già ricevuto il mandato di arresto europeo.

 

In diritto, il ricorso è stato ritenuto dalla Sesta sezione parzialmente fondato.

Il quarto motivo di ricorso, i.e. l’illegimità costituzionale sollevato con riferimento all’art. 28 D.lgs. 2 febbraio 2021, n. 10, entrato in vigore il 20 febbraio 2021 è stato considerato dalla Suprema Corte come manifestamente infondato.

Con tale disposizione, il legislatore ha inteso dare una precipua regolamentazione alla disciplina dei procedimenti aventi ad oggetto le richieste di esecuzione dei MAE che alla data di entrata in vigore delle nuove disposizioni siano pendenti nelle corti di appello o davanti alla Corte di Cassazione.

Già la Sesta Sezione con la recentissima sentenza n. 14220 dello scorso 14 aprile 2021 aveva avuto modo di chiarire la questione de quo statuendo l’insindacabilità dell’opzione normativa e l’insufficienza, al fine di sostenere la violazione dei parametri della ragionevolezza e della parità di trattamento, il fatto chela novella legislativa abbia comportato una diversità di trattamento tra fatti coevi essendo quest’ultima una fisiologica conseguenza del susseguirsi di normative diverse applicate a situazioni processuali temporalmente ravvicinate.

Altrettanto non può ritenersi che la disciplina transitoria comporti una violazione del principio di legalità, dal momento che la modifica del regime applicabile incide, in applicazione del principio generale del tempus regit actum, su aspetti processuali relativi alle modalità ed ai presupposti per la consegna.

Pertanto, la scelta del legislatore, così come chiarita dalla Sesta Sezione in occasione della sentenza n. 14418 dello scorso 14 aprile 2021, si comprende alla luce della volontà di temperare gli effetti che l’immediata applicazione delle nuove norme avrebbe potuto determinare sui procedimenti in corso, circoscrivendo l’applicabilità ai procedimenti in cui alla data di entrata in vigore del D.lgs. summenzionato sia già stata avviata la sequenza procedimentale diretta alla decisione definitiva sull’esecuzione del MAE e definendo pendenti i procedimenti nei quali, alla data di entrata in vigore delle nuove disposizioni, la corte di appello abbia già ricevuto il MAE ovvero la persona richiesta in consegna sia stata già arrestata ad iniziativa della PG.

La Suprema Corte ha ritenuto altrettanto infondato anche il terzo motivo relativo alla questione di legittimità in riferimento alla novellata disposizione di cui all’art. 18- bis, comma 2, della legge 22 aprile 2005, n. 69 che prevede una sostanziale modifica al motivo di rifiuto facoltativo stabilito originariamente nel testo dell’art. 18, comma 1, lett. r).

A tale articolo si prevede che quando il MAE “è stato emesso ai fini della esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza privative della libertà personale, la corte di appello può rifiutare la consegna della persona ricercata che sia cittadino italiano o cittadino di altro Stato membro dell’Unione europea legittimamente ed effettivamente residente e dimorante nel territorio italiano da almeno cinque anni, sempre che disponga che tale pena o misura di sicurezza sia eseguita in Italia conformemente al suo diritto interno.”

La nuova norma circoscrive l’ambito di operatività del motivo di rifiuto ai casi in cui la condizione di residente o dimorante in Italia del cittadino dell’Unione perduri da almeno cinque anni.

Tale scelta legislativa non è irrazionale, né lesiva del principio di eguaglianza ovvero della finalità di reinserimento sociale del condannato, alla luce delle osservazioni così come formulate dalla Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 6 ottobre 2009, Wolzenburg, C-123/08 laddove ha espressamente escluso un possibile contrasto della norma di cui all’art. 18-bis, comma 2, della legge 22 aprile 2005, n. 69 con il principio di non discriminazione tra cittadini dell’Unione europea dal momento che, a paradigma dell’accrescimento delle opportunità di reinserimento sociale del condannato ex art. 4 n. 6, della decisione quadro, è da considerarsi “pienamente legittimo per lo Stato membro di esecuzione perseguire siffatto obiettivo soltanto nei confronti delle persone che abbiano dimostrato un sicuro grado di inserimento nella società di detto Stato membro” giacché, al contrario, “un cittadino comunitario che non ha la cittadinanza dello Stato membro di esecuzione e non è risieduto ininterrottamente in detto Stato per un determinato periodo di tempo presenta, in genere, più collegamenti con il proprio Stato membro di origine che con la società dello Stato membro di esecuzione.”

Inoltre, in aderenza alle considerazioni svolte dei Paesi Bassi ed austriaco, la Corte di giustizia ha specificato “a) che tale condizione di un soggiorno ininterrotto per una durata di cinque anni, come risulta dal diciassettesimo considerando e dall’art. 16 della direttiva 2004/38, è stata appunto fissata come la durata oltre la quale i cittadini dell’Unione acquistano un diritto di soggiorno permanente nello Stato membro ospitante; b) che anche la decisione quadro 2008/909 […] consente agli Stati membri, nel contesto del suo art. 4, n.7, lett. a), di facilitare maggiormente la comunicazione di una sentenza quando la persona condannata vive e risiede legalmente e ininterrottamente da almeno cinque anni nello Stato membro di esecuzione e vi conserverà un diritto di residenza permanente.”

Il primo motivo di ricorso, in merito alla violazione degli artt. 2 e 18 della legge 22 aprile 2005 n. 69 come modificata dal D.lgs. 2 febbraio 2021, n. 10, è stato ritenuto fondato.

Nonostante la formale abrogazione della disposizione di cui alla lett. h) dell’art. 18 della legge 22 aprile 2005, che individuava tra i motivi di rifiuto obbligatorio della consegna la disposizione relativa al pericolo di trattamenti degradanti, deve ritenersi, anche a fronte della recente giurisprudenza della medesima Sezione quale 14220/2021, che tale motivo di rifiuto obbligatorio della consegna continui ad essere tuttora operante, in virtù della clausola generale contenuta nel novellato art. 2, che a seguito della modifica operata dall’art. 2 d.lgs. 2 febbraio 2021, n. 10 laddove recita che “l’esecuzione del MAE non può in alcun caso, comportare una violazione dei principi supremi dell’ordine costituzionale dello Stato o dei diritti inalienabili della persona riconosciuti dalla Costituzione, dei diritti fondamentali e dei fondamentali principi giuridici sanciti dall’articolo 6 del Trattato sull’Unione europea o dei diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione per la salvaguardi dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il novembre 1950, resa esecutiva dalla legge 4 agosto 1955, n. 848, e dai Protocolli addizionali alla stessa.”

Pertanto, sebbene nella nuova formulazione dell’art. 18 della legge 22 aprile 2005 non sia specificatamente contemplato un motivo di rifiuto della consegna legato alle violazioni dei diritti fondamentali, la decisione quadro non ha l’effetto di modificare l’obbligo degli Stati membri di rispettare i diritti e i principi fondamentali sanciti dall’art. 6 TUE e dalla Carta dei diritti fondamentali.

A tal proposito, c’è una consistente giurisprudenza della Corte di Giustizia europea (sent. 5 aprile 2016, C-404-15, Aranyosi e Caldararu; 25 luglio 2018, C-220/18 PPU; 15 ottobre 2019, C- 128/18 Dorobantu) che in più occasioni ha riconosciuto che l’autorità giudiziaria dell’esecuzione, in circostanze eccezionali e a determinate condizioni può rifiutare di dare esecuzione ad un MAE nelle ipotesi in cui sussista un rischio reale che la consegna dell’interessato possa condurre a trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali a fronte delle condizioni detentive in cui la persona richiesta in consegna verrebbe a trovarsi negli istituti penitenziari dello Stato emittente.

La Suprema Corte nel sottolineare l’interconnessione tra la proibizione di pene o trattamenti inumani o degradanti ex art. 4 della Carta e il rispetto della dignità umana di cui all’art. 1 della Carta, quale valore fondamentale dell’Unione e dei suoi Stati membri ex art. 2 TUE, ne ha evidenziato il carattere assoluto.

La Sesta sezione, in piena continuità con la giurisprudenza della Corte di Giustizia, evidenziando la necessità di bilanciare il principio del riconoscimento reciproco e la tutela dei diritti fondamentali della persona oggetto della procedura di consegna, a posteriori dell’accertamento dell’esistenza di un generale rischio attuale di trattamento inumano da parte dello Stato membro, ha individuato l’esigenza di verifica in concreto se la persona oggetto del MAE potrà essere sottoposta ad un trattamento inumano o degradante.

Al fine di consentire lo svolgimento di un accertamento pieno in punto di esistenza di un rischio attuale di trattamento inumano da parte dello Stato membro emittente, la Suprema Corte ha indicato la possibilità da parte della Corte di Appello di disporre accertamenti integrativi, riconosciuta anche a seguito delle modifiche apportate al testo dell’art. 16 legge 22 aprile 2005, n. 69 dall’art. 12, comma 1, lett. a) e lett. b), d.lgs. 2 febbraio 2021, n. 10.

Pertanto, sulla scorta della giurisprudenza precedente della stessa sezione, la Suprema Corte ha specificato come debba ritenersi consentito il differimento della decisione e l’invio di richieste integrative al fine di accertare le specifiche condizioni detentive alle quali il consegnando sarebbe sottoposto nello Stato emittente.

In conclusione, la Suprema Corte ha ritenuto inammissibile il secondo motivo di ricorso, in merito alla grave situazione epidemiologica legata alla diffusione della pandemia da Covid-19, stante la sua genericità e non correlazione alla presenza di situazioni specifiche e rilevanti sotto il profilo del rischio di sottoposizione della persona da consegnare a trattamenti inumani e/o degradanti di cui all’art. 3 CEDU.