ISSN 2784-9635

Mafia capitale: depositata la sentenza della Corte di Cassazione

Andrea Bernabale - 15/06/2020

In data 12 giugno 2020, la Corte di Cassazione ha depositato la sentenza n.18125 in merito al caso “Mafia Capitale”, chiudendo così l’iter giudiziario ed escludendone il carattere mafioso dell’associazione e, quindi, l’applicabilità ex art.416-bis c.p..

La Cassazione ha quindi ripreso quanto affermato dal Tribunale di Roma nel processo di primo grado, ferma nel ritenere i sodalizi facenti capo a Massimo Carminati e a Salvatore Buzzi come due organizzazioni criminali distinte e separate, ovverosia negando che le consorterie si fossero unite in un unicum e si fossero avvalse di metodi mafiosi per perseguire i propri interessi. Secondo la ricostruzione della Corte, la consorterie di Buzzi e Carminati erano dedite l’una prevalentemente a reati di estorsione, l’altra in attività di corruzione nei confronti di funzionari e politici gravitanti nell’amministrazione comunale di Roma.

La Corte, fissando alcuni principi di diritto sia in tema di associazione mafiosa che in materia di reati contro la PA, non ha negato l’esistenza di una mafia a Roma (come del resto dimostra il caso giudiziario legato al clan Fasciani), ma ne ha evidenziato la mancanza di elementi probatori che ne dimostrino l’esistenza ai sensi dell’art. 416-bis c.p., mancando sia l’utilizzo del metodo mafioso e del conseguente assoggettamento omertoso, sia la c.d. “carica intimidatoria autonoma” che consentirebbe al sodalizio di esercitare – mediante la propria fama criminale – proprio quell’assoggettamento senza avvalersi di metodologie tipicamente mafiose e violente, facendo ricorso ad un alone di paura e pubblica memoria.

Si evince, invece, un quadro di collusione generalizzata – in particolar modo nel settore degli appalti del Comune di Roma, il cui fulcro era costituito dalle cooperative di Buzzi – e di un sistema “gravemente inquinato, non dalla paura, ma dal mercimonio della pubblica funzione”. Una parte dell’amministrazione comunale si è, di fatto, “consegnata” agli interessi del gruppo criminale che ha trovato un terreno fertile da coltivare, nel quale non si è reso necessario – previamente alle pratiche corruttive – l’utilizzo del metodo intimidatorio mafioso.

Per alcuni imputati, dunque, le pene sono state determinate nuovamente a seguito dell’esclusione del carattere mafioso delle due associazioni criminose e si è optato, quindi, per un’interpretazione ad litteram dell’art.416-bis c.p., rendendo de facto impossibile dimostrare, almeno formalmente e sulla base di elementi probatori, il carattere mafioso dell’organizzazione.

Melius re perpensa, occorrerebbe considerare il carattere silente delle c.d. “mafie atipiche” – ovvero quelle in grado di svilupparsi fuori dalla tradizionale geografia mafiosa – connotate da un ampio ricorso al fenomeno corruttivo per mezzo di colletti bianchi, nell’imprenditoria e nelle stesse istituzioni, ma non per questo meno perniciose e – è il caso di dirlo – “mafiose”.