‘Ndrangheta: operazione Minotauro. Cassazione conferma tre condanne per associazione di stampo mafioso

Silvia Sticca - 06/11/2020

Tre esponenti di spicco delle c.d. “locali”di ndrangheta, di Volpiano e Rivoli, sono stati arrestati per associazione di tipo mafioso, dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando provinciale di Torino in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso dalla Corte d’Appello del capoluogo piemontese.  A seguito della pronuncia della Corte di Cassazione, che ha reso definitive le condanne, superiori ai tre anni di carcere,  si chiude così l’ultimo capitolo a distanza di dieci anni, della più importante inchiesta sulla presenza della‘ndrangheta in Piemonte, “Minotauro”.

Già dal processo d’appello bis scaturito dall’operazione Minotauro, sulle presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta in Piemonte, erano scaturite sette condanne e due assoluzioni. Questa sentenza -commentava il procuratore Generale “conferma che la ‘ndrangheta in Piemonte non solo è iperattiva ma anche pervasiva, con interessi per gioco d’azzardo e affari vari“.

Era l’operazione “Minotauro”, che vedeva indagate in totale 180 persone, molte delle quali raggruppate in nove “locali” (gruppi con una base territoriale), un “crimine” (il braccio armato) e una locale “ (non riconosciuta dai vertici calabresi della ‘ndrangheta). Era l’alba dell’8 giugno 2011 quando i carabinieri di Torino arrestarono 142 uomini, la maggior parte dei quali indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso dediti al traffico di droga, al controllo di bische clandestine, alle estorsioni e non solo.

Un processo destinato ad entrare nella storia dimostrando la presenza della ‘ndrangheta in Piemonte”. L’indagine ha disegnato la mappa delle presenze mafiose nella provincia di Torino – almeno 360 gli affiliati stimati dalla Procura– ma ne ha soprattutto raccontato gli affari e i rapporti con le amministrazioni locali, la rilevanza delle  “relazioni esterne”. Un duro atto d’accusa alla politica piemontese, a quella che per anni ha negato l’esistenza della mafia al nord.

Minotauro, insieme a Crimine e Infinito, rappresentano la dimostrazione di una crescente consapevolezza dell’espansione delle mafie in diverse zone dell’Italia settentrionale, che tradizionalmente erano ritenute immuni da questo fenomeno criminale, per lungo tempo considerato espressione di una “cultura meridionale”, quasi un “modo di essere” della società di determinate regioni del Sud.

L’operazione conferma una tendenza registrata in importanti inchieste degli ultimi anni, che hanno fatto emergere come, in molti casi, siano stati esponenti politici locali o imprenditori a rivolgersi alle consorterie ‘ndranghetiste, proprio per ottenere vantaggi nelle tornate elettorali o per massimizzare i profitti.

I processi alla ‘ndrangheta che negli ultimi anni hanno riguardato la predetta associazione insediata nei cd. territori refrattari portano il nome delle rispettive operazioni investigative (così, in particolare Minotauro e Albachiara sulla ‘ndrangheta Piemontese, Infinito sulla ‘ndrangheta insediata in Milano, Maglio e La Svolta su quella ligure)

Nei menzionati processi è risultata dimostrata la dislocazione sul territorio di diversi “locali” di ‘ndrangheta; più specificatamente è risultata pacifica e probatoriamente cristallizzata (attraverso operazioni di intercettazione di conversazioni/comunicazioni e le propalazioni di collaboratori di giustizia) la presenza di gemmazioni, filiazioni, articolazioni della ‘ndrangheta calabrese in Piemonte, Lombardia e Liguria.

Deve necessariamente partirsi da “Crimine” perché è l’investigazione che si è sviluppata nei territori ove ha sede la casa madre del fenomeno ’ndranghetista, che, quindi, ha analizzato il fenomeno, il suo primigenio archetipo, laddove è più strutturato e virulento, ove l’organizzazione è nata, cresciuta e da dove, poi, è partita per imporsi a livello nazionale ed internazionale.

Si tratta, attualmente, del procedimento “pilota” sul fenomeno. Si  unirono, poi, i due coevi e paralleli procedimenti avviati dalle DDA di Milano (cd Infinito) e di Torino (cd Minotauro), che hanno dato conto delle impressionanti dimensioni raggiunte dalla proliferazione del fenomeno ‘ndranghetistico nel Nord Italia, ad onta di un diffuso atteggiamento mentale che, in modo oggettivamente miope, tendeva a sminuirlo.

La mutevolezza del fenomeno mafioso e le sue nuove forme di espressione impongono una seria riflessione sulla attuale adeguatezza degli strumenti di contrasto disponibili.

Acquisito il dato della mutazione del fenomeno negli ultimi anni, la giurisprudenza della Corte di Cassazione è stata investita della problematica inerente alcune vicende processuali relative a soggetti ritenuti appartenenti e collegati alle cellule della ‘ndrangheta calabrese, ma residenti e operativi in regioni diverse da quelle di origine e presenti ora in altre zone del territorio c.d. refrattarie o all’estero ed ancora silenti. Gruppi che non si sono ancora espressi attraverso percepiti e riconosciuti atti di intimidazione in territori dove la società civile si presenta generalmente refrattaria alla comprensione dei codici di comunicazione della mafia. Tali cellule sono solo apparentemente inerti: in realtà sono pronte a produrre il pervasivo inquinamento delle dinamiche economiche e sociali tipico delle mafie avvalendosi di una forma di intimidazione denominata “silente”.

Ossia di quella particolare manifestazione del metodo intimidatorio che non ricorre ad espliciti atti di violenza e minaccia, come omicidi e attentati di tipo stragistico, ma che si avvale di quella forma di intimidazione, per alcuni versi ancora più temibile, caratterizzata da messaggi intimidatori indiretti o larvati, che deriva dal non detto, dall’accennato, dal sussurrato, dall’evocazione di una potenza criminale cui si ritenga vano resistere.

Tali associazioni, quando si manifestano con modalità silenti, si avvalgono della fama criminale conseguita nel corso degli anni nei territori di origine e successivamente diffusa ed esportata in altre zone del territorio nazionale (in particolare, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, ed anche oltre i confini nazionali come nel caso di Svizzera, Germania, Olanda e Stati Uniti).

Pur non trascurando le differenti dimensioni territoriali, organizzative, economiche e sociali che connotano le varie organizzazioni criminali di stampo mafioso, l’elemento che le accomuna rimane il metodo, che assume tuttavia una nuova fisiognomica e che per questo rende necessario un mutamento nei criteri di riconoscimento e di contrasto del fenomeno. Si registra come elemento costante e consolidato in tutti i territori e in tutte le organizzazioni la riduzione progressiva delle componenti violente e militari del metodo mafioso. Esse cedono il passo alla promozione di relazioni di scambio e collusione nei mercati illegali e ancor più legali.

Ciò che sembra mutare sono le diverse modalità di infiltrazione mafiosa nelle aree non tradizionali, nella quali si riscontra una comprensibile attenzione della nuova mafia imprenditoriale per le attività economiche più redditizie. In particolare le aziende, prevalentemente del settore edile, e le opportunità affaristiche che gravitano attorno ad esse.

Si è di fronte ad un complesso di emergenze significative, ancora di più che in passato, di una ‘ndrangheta presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell’amministrazione pubblica e dell’economia, creando, in tal modo, le condizioni per un arricchimento, non più solo attraverso le tradizionali attività illecite del traffico internazionale di stupefacenti e delle estorsioni, ma anche intercettando, attraverso prestanomi o, comunque, imprenditori di riferimento, importanti flussi economici pubblici ad ogni livello, comunale, regionale, statale ed europeo.

Questi rappresentano nell’attuale panorama dell’economia italiana, gli obiettivi privilegiati dell’espansione della criminalità organizzata e del suo ingresso nel mercato legale, attuato mediante forme di condizionamento mafioso ovvero attraverso l’immissione di flussi finanziari di origine illecita, che determinano un effetto di distorsione della concorrenza e di assuefazione del mondo imprenditoriale a prassi illegali.

L’individuazione delle condotte riconducibili alle organizzazioni mafiose, come tali pericolose e meritevoli di adeguata risposta sanzionatoria, diventa quindi più complessa e comporta una rimeditazione degli strumenti descrittivi dei comportamenti illeciti.

Ma ancor più questa evoluzione impone un ripensamento delle politiche antimafia mirato maggiormente ai “fattori di contesto”, ovvero alle condizioni politiche, sociali ed economiche che favoriscono la genesi e la riproduzione delle mafie, in uno scenario in cui risultano sempre più stretti gli intrecci tra criminalità mafiosa, corruzione, criminalità economica e dei colletti bianchi.