ISSN 2784-9635

Nota a Cass.pen., sez.II, dep. 27 agosto 2018, n. 39006

Ranieri Razzante - 16/05/2020
  1. Il caso

Con ordinanza del 20 marzo 2018, il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) presso il Tribunale di Busto Arsizio respingeva l’opposizione avverso il decreto di rigetto del Pubblico Ministero dell’istanza di dissequestro del ricorrente. Quest’ultimo, sottoposto ad indagini per il reato di cui all’art.648-bis cod. pen. e fermato prima dell’imbarco per un volo diretto a Lagos, veniva trovato in possesso di 162.940,00 euro in contanti.

La polizia giudiziaria sottoponeva a sequestro probatorio la somma rinvenuta con provvedimento successivamente convalidato dal Pubblico Ministero.

Avverso tale convalida, i difensori dell’imputato depositavano una istanza di restituzione, evidenziando “l’insussistenza di elementi da cui poter inferire la provenienza illecita della somma sottoposta a sequestro”.

L’istanza era respinta dal Pubblico Ministero con decreto, il quale veniva impugnato dalla difesa davanti al GIP. In seguito ad udienza camerale, il Giudice per le Indagini Preliminari rigettava l’opposizione.

Contro l’ordinanza del GIP ricorreva in Cassazione l’imputato che, a mezzo del difensore, deduceva un vizio di motivazione per manifesta illogicità, in violazione degli articoli 253 cod. proc. pen. e 648-bis cod. pen., in particolare rilevando la mancanza di elementi dai quali poter desumere, anche in astratto, una provenienza delittuosa della somma di denaro sequestrata.

Il Procuratore Generale depositava in data 28 giugno 2018, presso la cancelleria della Suprema Corte, una requisitoria con la quale chiedeva il rigetto del ricorso, adducendo che “per l’imputazione di riciclaggio è sufficiente la prova logica della provenienza delittuosa dell’utilità oggetto delle operazioni compiute”.

 

  1. La decisione della Corte

Con la sentenza in esame la Suprema Corte riteneva il ricorso avanzato dalla difesa fondato.

In primo luogo, gi ermellini affermano che il provvedimento che dispone il sequestro probatorio di cose costituenti corpo del reato deve contenere “idonea motivazione circa la sussistenza degli elementi costitutivi del reato contestato” e pertanto, con riguardo al reato di riciclaggio, la configurabilità di un’ipotesi di reato presupposto.

La Corte argomenta poi aggiungendo che nella motivazione che accompagna l’intervento penale deve essere ben evidente “il presupposto della finalità perseguita, in concreto, per l’accertamento dei fatti”, in quanto vengono imposte delle limitazioni a delle libertà fondamentali e dei diritti dell’individuo personalmente garantiti (nel caso di specie al diritto di proprietà ex artt. 42 Cost.[1] e 1 del primo Protocollo addizionale alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo[2]).

Viene puntualizzato dai giudici di legittimità che il sequestro di somme di denaro deve essere fondato su elementi sussistenti dai quali poter effettivamente inferire la configurabilità di un rapporto di queste con il fatto di reato contestato.

Peraltro, prosegue la Corte, “il mero possesso di un’ingente somma di denaro […] non può giustificare […] l’elevazione di un’imputazione di riciclaggio” laddove manchi una verifica in ordine all’esistenza di un reato presupposto o di relazioni con ambienti criminali o di precedente commissione di fatti di reato oppure di operazioni di investimento di natura illecita. Nel caso di specie, l’insussistenza di elementi idonei ad ipotizzare un collegamento tra la somma contante ed un delitto presupposto al reato di riciclaggio, conduce la Suprema Corte ad annullare l’ordinanza senza rinvio. Infatti, sostengono i giudici, il reato che era stato contestato nel caso de quo era “frutto di una mera ipotesi astratta, basata esclusivamente sulla quantità del contante e non confortata da alcun elemento concreto”.

La Corte, annullato il sequestro penale, non dispone tuttavia la restituzione della somme, ma trasmette gli atti all’Ufficio delle Dogane di Malpensa, poiché  rileva una violazione della normativa valutaria[3] nell’omessa dichiarazione del trasporto di denaro contante in uscita dal territorio nazionale.

 

  1. Delitto “presupposto” e non “supposto”: l’equivoco interpretativo

La questione che viene risolta dalla Corte di Cassazione nella pronuncia in commento inerisce la necessità di esplicitare le esigenze probatorie nell’ambito di un sequestro avente ad oggetto il corpo di reato, con particolare riferimento ad una somma di denaro contante appartenente ad un indiziato di riciclaggio.

In primo luogo, il tema dell’esatto contenuto motivazionale del decreto che dispone il sequestro probatorio (o quello di convalida) è stato ragione di un annoso dibattito giurisprudenziale che ha visto il susseguirsi di molteplici interventi del Supremo Collegio, anche a Sezioni Unite[4].

Esistono, invero, due principali orientamenti contrapposti: un primo filone[5] ritiene che dal momento che l’esigenza probatoria del corpo del reato sia in re ipsa, ai fini della validità del decreto che ne attua il sequestro, è sufficiente che esso contenga “idonea motivazione in ordine alla sussistenza della relazione di immediatezza tra la res sequestrata ed il reato oggetto di indagine, non anche in ordine alla necessità di esso in funzione dell’accertamento dei fatti”; un diverso indirizzo[6] sostiene, invece, che le motivazioni debbano necessariamente indicare anche il presupposto della finalità perseguita nel caso specifico per l’accertamento dei fatti, consentendo l’utilizzo di formule sintetiche unicamente quando “la funzione probatoria del corpo del reato sia connotato ontologico ed immanente del compendio sequestrato, di immediata evidenza, desumibile dalla peculiare natura delle cose che lo compongono”[7].

A fronte dei contrapposti orientamenti giurisprudenziali, la questione della esatta ampiezza della motivazione del decreto di convalida del sequestro probatorio è stata di recente nuovamente rimessa alle Sezioni Unite dalla Terza Sezione su ricorso proposto dal Procuratore presso il  Tribunale del Riesame di Nuoro (Ord. 1 dicembre 2017, n. 3677). La Suprema Corte ha aderito al secondo dei due orientamenti, il più garantista, ritenendo che il decreto di sequestro probatorio del corpo di reato debba essere necessariamente sorretto, a pena di nullità, da idonea motivazione in ordine al presupposto della finalità perseguita, in concreto, per l’accertamento dei fatti[8].

Occorre premettere che il sequestro probatorio[9] è un mezzo di ricerca della prova che crea un vincolo di temporanea indisponibilità sulla cosa (corpo del reato ovvero delle cose pertinenti al reato) appartenente o ricollegabile al soggetto indagato (caratteristica che condivide con le altre due tipologie di sequestro), limitandone di fatto, in capo a quest’ultimo, la facoltà di godimento.

La proprietà e la libertà di iniziativa economica sono, per vero, diritti di rango costituzionale e convenzionale, garantiti dagli artt. 42 Cost. e 1 del primo Protocollo addizionale della Convenzione Edu; la compressione di tali diritti da parte dello Stato, secondo costante giurisprudenza, è consentita solo se: la misura privativa sia proporzionale alla finalità perseguita; vi sia stato un bilanciamento tra un interesse generale che si reputi degno di protezione (nel caso di specie conservazione degli elementi di prova) e l’opposto interesse particolare al mantenimento della proprietà privata[10].

Nella citata decisione delle SS.UU. si sostiene che la portata precettiva di tali norme “richiede che le ragioni probatorie del vincolo di temporanea indisponibilità della cosa [..] siano esplicitate nel provvedimento giudiziario con adeguata motivazione”; ciò allo scopo di “garantire che la misura, a fronte delle contestazioni difensive, sia soggetta al permanente controllo di legalità – anche sotto il profilo procedimentale – e di concreta idoneità in ordine all’an e alla sua durata, in particolare per l’aspetto del giusto equilibrio o del ragionevole rapporto di proporzionalità tra il mezzo impiegato, ovvero lo spossessamento del bene, e il fine endoprocessuale perseguito, ovvero l’accertamento tra un fatto di reato […]; ed ogni misura, per dirsi proporzionata all’obiettivo da perseguire, dovrebbe richiedere che ogni interferenza con il pacifico godimento dei beni trovi un giusto equilibrio tra i divergenti interessi in gioco […]”.

Alla luce del suesposto orientamento, si può ritenere che l’onere motivazionale sia funzionale al verificare che il decreto di sequestro, che de facto incide su  libertà fondamentali quali la proprietà e la libera iniziativa economica, sia adottato nei limiti costituzionalmente e convenzionalmente prefissati. In tale prospettiva la motivazione diventa, allora, elemento indispensabile di controllo sull’operato dell’Autorità procedente nell’ “incidere” sul diritto della persona a disporre liberamente dei propri beni (nel caso di specie, del proprio denaro contante). In sostanza, si dovrà verificare che il requisito del bilanciamento tra l’interesse generale alla conservazione degli elementi di prova e quello (di segno opposto) specifico alla libera disponibilità del bene sia stato soddisfatto, affinché il provvedimento non si traduca in un’ illegittima “invasione” della sfera privata del soggetto.

In aggiunta, il controllo dovrà basarsi sull’ulteriore criterio della “proporzionalità della misura” che comporta anche l’applicazione di quello della “residualità” della stessa. Tale principio deve informare la motivazione del provvedimento di sequestro probatorio, nella quale devono essere esplicitate le ragioni per le quali le esigenze di accertamento del fatto non possano essere perseguite in altro modo, se non ricorrendo allo strumento de quo[11].

La valutazione del principio della proporzionalità della misura è tra i requisiti previsti dall’art.275 cod.pen. per l’applicazione delle misure cautelari personali, ed è stata mutuato dalla giurisprudenza[12] (non senza qualche contrasto[13]) alle misure cautelari reali disposte con sequestro preventivo. In base a tale principio (insieme a quelli di adeguatezza e gradualità), il giudice dovrà scegliere, tra le misure interdittive, quella attraverso la quale poter raggiungere il risultato da perseguire che risulti meno invasiva, “al fine di evitare un’esasperata compressione del diritto di proprietà”[14].

La Suprema Corte di recente ha operato un ulteriore “salto interpretativo”, ritenendo che analogamente a quanto enunciato per le “misure” cautelari reali, il requisito della “proporzionalità” vada applicato anche al sequestro probatorio quale mezzo di ricerca della prova[15]. Infatti, la necessità di evitare limitazioni alla proprietà privata che non siano strettamente conseguenti alla finalità istituzionalmente perseguita dalla misura rappresenta, come detto, la ratio di tale principio; un criterio che è appunto direttamente collegato all’elemento (comune sia al sequestro preventivo sia a quello probatorio) “della componente invasiva nell’altrui sfera personale attinente al diritto di disporre liberamente dei propri beni”. Proprio questo elemento implica che il ricorso al sequestro sia “giustificato” tutte le volte in cui all’accertamento dei fatti non possa pervenirsi senza servirsi di modalità “meno afflittive”.

Dunque, l’esatto contenuto motivazionale del decreto che dispone il sequestro probatorio dovrà estrinsecarsi nel presupposto della finalità perseguita in concreto da parte dell’Autorità[16], dando ragione dell’applicazione dei criteri di bilanciamento e proporzionalità.

Sotto quest’ultimo aspetto, e venendo al caso di specie, quando il sequestro probatorio abbia ad oggetto somme di denaro i giudici ritengono che la motivazione debba evidenziare “la possibilità effettiva, cioè non fondata su elementi astratti ed avulsi dal caso concreto” della configurabilità di un nesso tra dette somme ed  il reato che si contesta.

È necessario, infatti, che sia emerso un riscontro investigativo in merito all’esistenza di un delitto presupposto o di relazioni con ambienti criminali, ovvero circa la precedente commissione di fatti di reato o l’avvenuto compimento di operazioni di investimento di natura illecita. Solo ove si rilevi uno di questi elementi potrà considerarsi lecita l’elevazione di un’imputazione di riciclaggio (ai fini del sequestro) in conseguenza della detenzione da parte di un soggetto di un’ingente quantità di denaro contante. Il mero possesso, al contrario, non può essere giustificativo della misura di apprensione[17].

Quanto allo specifico caso di riciclaggio, il decreto di sequestro dovrebbe evidenziare elementi concreti, idonei a far (quantomeno) ipotizzare l’esistenza di un reato presupposto dal quale “abbia avuto origine la somma contante tratta in sequestro”. Non appare sufficiente il criterio della “quantità di contante in possesso”. Se si ritenesse valido un simile fattore, si arriverebbe ad avallare una sorta di “presunzione assoluta di legge”, basata unicamente per l’appunto sul rinvenimento di un quantitativo ingente di denaro, con una pericolosa compressione delle libertà di disporre della proprietà da parte del cittadino. A ben vedere la stessa valutazione di “somma ingente” viene a dipendere completamente dall’apprezzamento del Pubblico Ministero, a detrimento del principio della certezza del diritto. Si finirebbe in questo modo per esporre l’individuo alle “personali” valutazioni del PM, che avrebbe rilevato un sospetto di riciclaggio su basi insussistenti a disporre una misura così “invasiva”. Inoltre, anche laddove si volesse condividere la considerazione del Pubblico Ministero in merito alla “soglia allarmante” di denaro contante rinvenuto, l’applicazione di un sequestro probatorio per il reato di riciclaggio fondato solo su questo criterio porterebbe ad un’espansione esagerata dell’operatività della fattispecie in esame.

Si consideri poi che il denaro è un bene fungibile ed è sequestrabile come corpo del reato, anche secondo giurisprudenza, “qualora ne sia certa la provenienza diretta ed immediata del reato stesso, ovvero quando lo stesso sia stato segnato, durante operazioni di polizia giudiziaria, e poi ritrovato nella materiale disponibilità di persona coinvolta nel reato”[18]. Fuori da questi casi, è difficile sostenere la necessarietà del sequestro di specifiche somme di denaro che il soggetto indagato abbia con sé (come nel caso di specie) o nella propria dimora al fine dell’accertamento del reato. Infatti, dimostrare il collegamento tra la res ed il delitto, soprattutto per il contante, in quanto bene “interscambiabile” (fungibile) per eccellenza, non è così agevole come nel caso del sequestro di altri “corpi del reato” infungibili (si pensi, solo per fare un esempio, all’arma utilizzata in un reato di omicidio). Anzi si potrebbe ritenere (provocatoriamente) che la dimostrazione che quelle specifiche banconote siano indispensabili alle esigenze probatorie per l’accertamento del reato per il quale si procede, possa diventare, a rigore,  quasi una “probatio diabolica” gravante sul giudice.

La sentenza in esame, invece, continua nel solco di quella giurisprudenza che in tema di sequestro probatorio di somme di denaro per accuse di riciclaggio ha adottato una posizione più garantista per il cittadino[19], che impone che il decreto sia sorretto da idonea motivazione in ordine alla configurabilità di un rapporto tra le somme “sequestrande” ed il reato. Viene quindi rifiutato, opportunamente, l’argomento della “ingente quantità di denaro contante”.

L’assunto della polizia giudiziaria che ha proceduto al  sequestro nel caso di specie, nonché del PM che lo ha convalidato, sembra fondarsi su una sorta di “presunzione”, abbastanza diffusa (non solo tra gli Uffici giudiziari!), per la quale la detenzione e la spendita di contante siano sempre ricollegabili al riciclaggio e all’evasione fiscale. Esistono, tuttavia, alcune evidenze statistiche e “scientifiche”[20] che potrebbero se non smentire tale assunto, quantomeno sollevare alcuni dubbi e criticità al riguardo. Non appare questa la sede per approfondire tale insidioso argomento, solo si vuole richiamare l’attenzione su quanto questa “convinzione” vada ad influenzare anche le misure adottate dal legislatore nazionale ed europeo, con risvolti a volte negativi sui diritti fondamentali dei cittadini, tra i quali, appunto, quelli della proprietà privata e della libertà di iniziativa economica. Mentre si scrive è in corso di adozione il Regolamento europeo in materia di “controllo sull’entrata ed uscita del contante dall’UE”[21]. Tra le misure proposte, una norma (l’attuale numerazione la pone all’art.7) prevede che le Autorità competenti possano “temporaneamente detenere” (sequestrare) denaro contante per mezzo di una decisione amministrativa alle condizioni stabilite dal diritto nazionale quando: l’obbligo di dichiarazione di somme pari o superiori a 10.000 euro in entrata o uscita dal territorio dell’Unione non sia adempiuto; ovvero, e ciò interessa per le nostre considerazioni, vi sono “indications” (indizi) che il contante, indipendentemente dalla quantità, è collegato ad attività criminali. Sembrerebbe quindi che l’Autorità procedente (nel caso italiano probabilmente l’Agenzia delle Dogane), potrà disporre un sequestro amministrativo sulla sola base di un sospetto di reato.

Attualmente, nell’ordinamento interno, ai sensi dell’art.6 della normativa valutaria di cui al d.lgs 19 novembre 2008, n.195, il sequestro può essere applicato dall’Agenzia delle dogane o dalla Guardia di finanza solo per denaro contante trasferito o che si tenta di trasferire che superi la soglia di 10.000 euro prefissata dalla stessa legge. Il che troverebbe il nostro Paese compliant sul primo requisito per la disposizione del sequestro. L’altra “nuova” misura che il legislatore europeo vorrebbe introdurre, permetterà ad un’Autorità amministrativa di sequestrare il denaro contante, indipendentemente dal superamento o meno della soglia prevista, in presenza di un presunto collegamento di detta somma ad attività criminali. La decisione dovrà essere motivata e notificata alla persona che avrebbe dovuto effettuare la dichiarazione ovvero al soggetto con obbligo di fornire informazioni (art. 7, comma 2). Si tratta di una norma che pone quantomeno qualche problema di “legalità”. Non si richiede infatti di applicare una misura amministrativa in seguito all’accertamento di un illecito, pure esso, amministrativo (come nel caso di omessa dichiarazione); ma di disporre un sequestro su un bene di proprietà di un soggetto sulla sola base di un sospetto di reato[22].

L’Autorità amministrativa procedente non ha gli strumenti, né probabilmente la competenza, per poter andare a incidere in maniera così invasiva sulla proprietà di un cittadino, fondandosi unicamente sul rinvenimento di denaro contante astrattamente ricollegabile ad un’ipotesi di reato. Il sequestro è un provvedimento che, come si è tentato di evidenziare con il commento alla sentenza de qua, deve essere sorretto da idonea motivazione ed in quanto coinvolgente aspetti della sfera privata dell’individuo, avrebbe forse bisogno di essere circondato delle garanzie proprie del giudizio penale.

Qui, lo si ripete, il Giudice di prima istanza è stato fuorviato, come molta della dottrina sul punto, dal “demone-contante”, strumento di pagamento ancora non dichiarato illecito ex se.

[1] L’art.42 Cost. recita: “La proprietà è pubblica o privata.

I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità”.

[2] L’art.1, Protocollo n.1 Cedu prevede: “Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di utilità pubblica e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale.

Le disposizioni Precedenti non portano pregiudizio al diritto degli Stati di mettere in vigore le leggi da essi ritenute necessarie per disciplinare l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale o per assicurare il pagamento delle imposte o di altri contributi o delle ammende”.

[3] Si tratta del d.lgs 19 novembre 2008, n.195, sul quale vedi infra.

[4] L’ intervento più recente è avvenuto con la sentenza Cass. pen., SS.UU., 27 luglio 2018 (ud. 19 aprile 2018), n. 36072, Presidente Carcano, Relatore Andreazza, per il cui commento si rimanda a P. Grillo, La motivazione del sequestro del corpo di reato: la questione torna alle Sezioni Unite, in Diritto & Giustizia, fasc.134, 2018, p. 9 ss; nonché C. Nosal, Sezioni Unite: il decreto di sequestro probatorio deve contenere una specifica motivazione in relazione alla finalità perseguita per l’accertamento dei fatti anche laddove abbia ad oggetto cose costituenti corpo di reato, in Giurisprudenza Penale Web, 2018, 9.

[5]Leading case” di questo orientamento è la sentenza c.d. “Carella”, nella quale le SS.UU. hanno affermato che “non è necessaria la motivazione in ordine alla sussistenza delle esigenze probatorie, nel provvedimento di sequestro del corpo di reato, atteso che tale sussistenza è in re ipsa”, Cass. pen., SS. UU., 11 febbraio 1994, n.2, in CP, 1994, p.2056 ss.; da ultimo, si è espressa in senso conforme Cass. pen., sez. II,  ud. 28 ottobre 2016- dep. 07 dicembre 2016, n. 52259, in banca dati Dejure.it..

[6] Seguono questa interpretazione le sentenze, a Sezioni Unite, “Raccah” (Cass. pen. SS.UU., 18 giugno 1991, in CP, 1991, II, n. 330, p. 925 ss.) e “Bevilacqua” (Cass. pen., SS. UU., ud. 28 gennaio 2004, – dep.13 febbraio 2004,  n. 5876 , in banca dati Dejure.it), secondo le quali appunto “anche per le cose che costituiscono corpo di reato il decreto di sequestro a fini di prova deve essere sorretto, a pena di nullità, da idonea motivazione in ordine al presupposto della finalità perseguita, in concreto, per l’accertamento dei fatti”. Per approfondimenti si rimanda a F. Massari, La necessità ai fini dell’accertamento come presupposto del sequestro del corpo del reato, in CP, fasc.6, 2004, p. 1921 ss.;  G. Fumu, Sequestro probatorio, l’esigenza cautelare non è mai in re ipsa, in Diritto & Giustizia, fasc.11, 2004, p. 22 ss.

[7] Cfr. Cass. pen., sez. III, ud. 27 aprile 2016 – dep. 11 gennaio 2017, n. 1145, in banca dati Dejure.it; in senso conforme anche Cass. pen., sez. II, ud. 15 marzo 2017 – dep. 12 luglio 2017, n. 33943, in banca dati Dejure.it.

[8] Si rimanda alla nota 1.

[9] Per un approfondimento sullo strumento si rimanda a P.Maggio – S.Ruggeri, Il sequestro probatorio, in P.Ferrua –  E.Marzaduri –  G.Spangher (a cura di), La prova penale, Giappichelli, Torino, 2013, p. 784 – 836; A. Scarcella, I sequestri, in G.Canzio- G. Tranchina, Codice di procedura penale, Giuffrè, Milano, 2015, sub art.253 c.p.p; O. Dominioni, I mezzi di ricerca della prova, in AA.VV., Procedura penale, Giappichelli, Torino, 2017, p. 329 ss; G.Furciniti – D.Frustagli, Il sequestro e la confisca dei patrimoni illeciti nell’Unione europea, Wolters Kluwer, Milano, 2016; L.Esposito – M. Vallone, Le confische antimafia e le indagini patrimoniali, in R.Razzante (a cura di), Corruzione, riciclaggio e mafia, Aracne, Roma, 2015, p.265 ss; A.M.Maugeri, La tutela della proprietà nella C.E.D.U. e la giurisprudenza della Corte europea in tema di confisca, in M.Montagna (a cura di), Sequestro e confisca, Giappichelli, Torino, 2017, p. 4 ss; R.Barela, I mezzi di ricerca della prova nel procedimento penale, in F.Aversano – G.Sabbato (a cura di), La prova nel process, Maggioli, Santarcangelo di Romagna, 2013, p.347 ss.

 

[10] Sul punto si rimanda alla copiosa giurisprudenza della Corte Cedu in materia. A titolo meramente esemplificativo: Agosi c. U.K, 24 ottobre 1986, Morabito e al. c. Italia, 7 giugno 2005; Saccoccia c. Austria, 18 dicembre 2008; Silickiene c. Lituania, 10 aprile 2012; Unsped Paket Servisi SaN. Ve TIC. A. S. c. Bulgaria, 13 ottobre 2015; Telbis e Viziteu c. Romania, 26 giugno 2018, disponibili sulla banca dati della Corte hudoc.echr.coe.int.

[11] Si rimanda alla già citata sentenza Cass. pen., SS.UU., ud. 19 aprile 2018 – dep. 27 luglio 2018, n. 36072, in banca dati Dejure.it.

[12] Cfr. Cass. pen., sez. V, 16 gennaio 2013, n. 8382, in banca dati Dejure.it.; Cass. pen., sez. III, 7 maggio 2014, n. 21271, in banca dati Dejure.it.

[13] Si veda Cass. pen., sez. III, ud. 16 gennaio 2007 – dep.03 maggio 2007,  n. 16818, in banca dati Dejure.it.

[14] Cass. pen., sez. V, 21 ottobre 2010,  n. 8152, in banca dati Dejure.it.

[15] Si vede, ancora, la più volte citata sentenza Cass. pen., SS.UU., n. 36072/2018.

[16] L.Semeraro, La motivazione dei provvedimenti di sequestro, in Questionegiustizia.it, 17 gennaio 2017.

[17] R.Razzante, Nel riciclaggio non conta solo l’azione: un fondamentale chiarimento ermeneutico, nota a Cass. pen., sez. II, ud. 24 maggio 2016 – dep. 23 giugno 2016, n.26301. Presidente Davigo – Relatore Pardo, in Archivio Penale, 2017, fasc.1, p.2 ss.

[18] Cass. pen. sez VI, 26 ottobre 1994, n. 4132, in CED Cass., n. 200308.

[19] Si veda la citata Cass. pen., sez. II, 24 maggio 2016,  n. 26301, con nostra nota.

[20] F. Schneider, Restricting or Abolishing Cash: An Effective Instrument for Fighting the Shadow Economy, Crime and Terrorism?, International Cash Conference 20-23 aprile 2017 – War on Cash: Is there a Future for Cash?, Deutsche Bundesbank; F. Seitz – M. Krueger, The Blessing of Cash, nell’ambito della medesima Conferenza.

[21] Controls on cash entering or leaving the Union, Proposal for a regulation of the European Parliament and of the Council on controls on cash entering or leaving the Union and repealing Regulation (EC) No 1889/2005 (COM(2016)0825 – C8-0001/2017 – 2016/0413(COD)), adottato dal Parlamento europeo in prima lettura il 12 settembre 2018, P8_TA-PROV(2018)0338.

[22] Si precisa che il nostro ordinamento prevede ipotesi di sequestro amministrativo in conseguenza di violazioni aventi natura penale, come ad esempio l’art. 224– ter del Codice della strada per  la guida sotto l’effetto di alcool o di sostanze stupefacenti. Ciò che si vuole evidenziare è che l’Unione europea, non godendo di competenza diretta in materia penale (art.83 TFUE), con il Regolamento in esame, in violazione di questa norma, andrebbe di fatto ad incidere su fattispecie che sembrerebbero “sostanzialmente” penali (come il riscontro di indizi su ipotesi di reato). In proposito, per la qualificazione di una misura come “penale” o “amministrativa” si rimanda alla giurisprudenza della Corte Edu nel caso Engel e al. c. Paesi Bassi, 23 novembre 1976; Grande Stevens c. Italia, 7 luglio 2014, disponibili sulla banca dati della Corte hudoc.echr.coe.int ; nonchè a S. L. Vitale, Le sanzioni amministrative tra diritto nazionale e diritto europeo, Giappichelli, Torino, 2018, 89 ss.